(estratto dalla mia tesi di Laurea in Scienze Politiche)
Oggi la sfida principale della Pubblica amministrazione
è quella di migliorare la propria efficienza quando al contempo si
riducono le risorse con le quali questa viene finanziata. Ovviamente
ciò vale, seppure in misura differente, per quasi tutte le Istituzioni. All'interno dei singoli enti, alla luce della riduzione
delle risorse, bisognerà riformulare non solo le priorità, ma
pensare anche a una ristrutturazione dei processi e delle metodologie
di lavoro.
Oggi in Italia il New Public Management è
ancora troppo un concetto teorico, piuttosto che una realtà pratica
e operativa, nonostante i passi avanti che sono stati fatti con le
riforme della Pubblica amministrazione negli anni '90. E ciò per
cause varie, dovute
principalmente a resistenze (e reticenze) politiche ma anche di parte
del mondo tecnico e amministrativo che opera nelle Pubbliche amministrazioni che è
stato ed è, spesso, restio ad adottare semplificazioni poiché
ancora ancorato a una logica burocratica da Stato pre-riforme.
Servono leggi chiare ed
efficaci da applicare alle Pubbliche amministrazioni, e serve il
coraggio da parte di chi lavora all'interno delle istituzioni
pubbliche, di semplificare quando possibile, senza dovere cercare il
cavillo o l'appiglio normativo, per giustificare una
burocratizzazione
delle procedure che per certi versi e in taluni settori, è ancora di
proporzioni inaccettabili. Purtroppo per qualcuno non si tratta solo
di leggi, ma di una forma mentis per
cui burocratizzare è più semplice e più tutelante, che
semplificare. Fino a che il dipendente pubblico sarà “terrorizzato”
dal deviare anche minimamente da quello che riguarda la rigida
interpretazione burocratica che la norma impone, la macchina pubblica
vivrà in un handicap che non le consentirà di essere efficace ed
efficiente nella sua azione.
Questo vale per tutti gli aspetti, i processi e le
dinamiche di lavoro che si svolgono all'interno della Pubblica
amministrazione, che è una macchina molto complessa presa nella sua
interezza, ma che talvolta viene resa ancora più complessa di quanto
sarebbe (o dovrebbe essere) nella realtà operativa. Poiché a volte
basta una cattiva comunicazione tra due servizi che dovrebbero
lavorare a stretto contatto, magari per motivi che sono semplici
incomprensioni o antipatie personali, per generare una inefficienza
che con il tempo può comportare anche effetti gravi sul buon
andamento del lavoro dell'ente.
Comunicare non basta, bisogna comunicare bene, e bisogna
farlo ottimizzando nel miglior modo possibile la comunicazione in
tutti i settori delle singole amministrazioni, da quella interna a
quella esterna, tenendo conto di quali siano le realtà contestuali e
operative di determinati enti o istituzioni. Non può esistere un
modello unico ottimale di comunicazione valido per i 60.000
dipendenti dell'Inps e per gli 8 dipendenti del Comune di San Godenzo
in Provincia di Firenze. Eppure la legge 150/2000 “Disciplina delle
attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche
amministrazioni” non prevede nessuna differenziazione tra queste
due istituzioni che hanno i medesimi obblighi normativi, ivi compresi
quelli che comportano un importante impiego di personale per lo
svolgimento di attività di comunicazione e informazione. Entro sei
mesi dalla pubblicazione di questa legge 13 giugno 2000, tutte le
amministrazioni indicate nell'articolo 1 comma 2 del decreto
legislativo 3 febbraio 1993, n°29, dovevano riorganizzare e
ridefinire i compiti degli uffici per le relazioni con il pubblico.
(...)
Fino a che si
continuerà a considerare tutti gli enti e le istituzioni uguali, a
prescindere dalle loro differenze di dimensioni, di risorse
economiche e umane disponibili, dalla loro collocazione geografica,
eccetera, le Amministrazioni pubbliche continueranno a produrre
numerose inefficienze.
La strategia vincente, secondo il mio modo di vedere,
sarebbe quella di fornire modelli normativi più elastici, che siano
pensati secondo una logica di differenziazione tra i vari enti e
istituzioni, che permettano una reale implementazione del New Public
Management, in una logica di de-burocratizzazione, ragionando con un
criterio bottom-up che tenga in considerazione il diverso
funzionamento dei vari enti, dal piccolo al grande, in modo da
ottimizzare il funzionamento di tutti, contenendo gli sprechi di
risorse delle quali la politica negli ultimi anni si è lavata le
mani con i tagli lineari in una logica del tutti colpevoli, nessun
colpevole o, ancor peggio se possibile, pagano tutti per le
inefficienze di qualcuno.
E rovesciare il principio per cui il dipendente pubblico
talvolta si sente una sorta di ingranaggio di una catena di montaggio
(la burocrazia), dalla quale non è concesso deviare, anche a costo
di produrre inefficienze. L'effetto totalizzante della rigida
interpretazione burocratica è che qualsiasi cosa non espressamente
prevista da un processo aprioristicamente definito, non può esistere
e non può essere presa in considerazione. Per cui qualora si
dovesse trovare una procedura che migliori una determinata attività,
nel rispetto di un quadro normativo generale, ma che non sia prevista
secondo una inflessibile interpretazione burocratica della legge,
questo processo non potrebbe essere attuato.
In una logica per cui si preferisce essere inefficienti
interpretando in modo intransigente alla lettera tutto ciò che è
dettagliatamente previsto da una determinata norma, piuttosto che
formulare processi efficienti che considerino la procedura
burocratica qualcosa di interpretabile (nei limiti del rispetto
complessivo della legge) e non un Moloch.