mercoledì 22 maggio 2013

Bella ciao per Don Gallo

Si è spento nella sua comunità a Genova, Don Andrea Gallo, prete che si è battuto fino in fondo per la difesa dei diritti delle persone, in particolare quelli degli ultimi.
Un saluto a una persona buona e profondamente impegnata nel sociale. Ci mancherà.

Lavoro pubblico: a quale prezzo?


Mediamente, la parcella di un progettista (preliminare, definitivo, esecutivo e direzione lavori), ammonta a circa un 9% dell'ammontare dei lavori.
Il progettista di opere civili ha responsabilità molto importanti, dal punto di vista penale e civile, come abbiamo visto anche in recenti sentenze, che hanno quantomeno parzialmente "smentito" l'imponderabilità di certi eventi naturali. Pare così che debba esserci un "responsabile" (dal punto di vista penale e civile) anche per eventi che vanno ben oltre la possibilità di controllo umano (perlomeno così viene ritenuto nel resto del mondo).
Si apre necessariamente una pagina di riflessione: vale la pena assumersi certe responsabilità? E se si, a quale prezzo?
Se un progettista privato può ottenere una parcella del tipo indicato, il tecnico di una Pubblica Amministrazione si trova davanti a Responsabilità anche maggiori (si aggiunge quella amministrativa e quella contabile - erariale), con un compenso ben diverso. La legge 163/2006 prevede infatti che un 2% dell'importo dei lavori, venga ripartito tra le varie figure del Responsabile del Procedimento, Progettista, Direttore Lavori e Collaudatore (e solo per i capitoli di Bilancio in conto capitale, come recentemente indicato dalla Corte dei Conti).
Con tale importo il più delle volte ci si paga si e no una assicurazione, a tutela delle proprie responsabilità.
Vale la pena assumersi tali responsabilità se, in più, il proprio profilo giuridico (di quello economico, meglio non parlarne...) neanche le ricomprende? Poiché, a differenza che nel privato, se vieni assunto al livello giuridico più basso ma poi ti viene chiesto, dalla tua amministrazione, spesso per mancanza di personale, di svolgere mansioni superiori, queste non possono esserti riconosciute contrattualmente (e quindi sei chiamato ad assumerti responsabilità per le quali non hai né riconoscimento giuridico né economico). 
Nel Privato, il datore di lavoro può decidere in qualsiasi momento di migliorare il tuo livello contrattuale, se sei un lavoratore valido. Nel Pubblico no, resti dove sei anche se svolgi mansioni afferenti a profili superiori (a meno che non ci sia un posto libero in pianta organica, ma non è comunque detto che te le concedano e, se te le concedono, al massimo per 6 mesi più 6 rinnovabili, poi ti attacchi al tram); per correttezza va detto inoltre che, a differenza che nel lavoro privato, dal pubblico è molto difficile "scendere" di livello, qualora non si dimostri di avere adeguate capacità per il profilo professionale per il quale si è stati assunti. Il lavoro pubblico è sostanzialmente immobile, in salita e in discesa, e non premia adeguatamente il merito (punendo nel contempo il demerito).
Una riforma della P.A. dovrebbe tenere conto anche di questo: le Responsabilità, quando e dove ci sono, andrebbero retribuite. Invece spesso si retribuisce in ugual modo, chi se le assume e chi no.

lunedì 20 maggio 2013

Ti amo campionato

E' finito il campionato di calcio italiano. Nel senso che è finito, dal punto di vista sportivo. Da un pezzo. Così già cantavano gli Elio e le Storie Tese 15 anni fa.
Come ho già avuto modo di dire, forse sarebbe meglio smettere di guardare certi sport.
Io smetto, poiché mi viene solo il sangue amaro.

giovedì 16 maggio 2013

Giudici e responsabilità


Soprattutto negli ultimi anni e anche recentemente, si è molto parlato di responsabilità dei Giudici
La pubblicazione delle motivazioni della sentenza sul terremoto dell'Aquila, mi permette di fare alcune considerazioni.
Premetto che ritengo necessaria e indifferibile una profonda riforma della giustizia, che vada di pari passo a una altrettanto profonda riforma della pubblica amministrazione in generale. La mia riforma però è antitetica a quella che vorrebbe Berlusconi. Io vorrei maggiore certezza della pena, condanne esemplari, maggiore rispetto dei diritti di chi subisce i reati. Oggi, mi pare di vivere in un sistema che, troppo spesso tutela l'opposto: condanne miti (quando non assenti), profonda attenzione per i diritti (che, di base, ovviamente devono esserci) di chi delinque, troppo poca per le vittime dei reati. Tutto ciò è legato alla sociologia italiana, come ho avuto modo già di esplicitare. Siamo il paese cattolico del perdono, dove chi pecca si deve redimere. Io non sono cattolico, quindi voglio uno stato di diritto che tuteli, in primis, i diritti di chi rispetta la legge e che condanni in modo esemplare chi delinque.
Mi riallaccio alla sentenza de L'Aquila, facendo alcuni paralleli "tecnici" (visto, tra l'altro, che io sono un tecnico e gli edifici, tra le altre cose, mi capita anche di progettarli).
Ovviamente è giusto che io tecnico, risponda per i miei errori. Non capisco però perché quando a sbagliare, dal punto di vista tecnico, sia un giudice, questi non debba allora pagare in egual modo (come tutti i cittadini che vengono chiamati a rispondere dei loro errori). Il parallelo è molto semplice: secondo il giudice, il terremoto era prevedibile (smentendo così, con la sua sentenza, la scienza mondiale, è c'è da credere che tale sentenza non farà giurisprudenza oltre le Alpi...) quindi, chi non l'ha previsto, è responsabile. Allora, parallelamente mi chiedo: se un giudice assolve (o condanna) una persona erroneamente, questi (giudice) dovrebbe, in una logica parallela, rispondere subendo a sua volta una condanna per il suo errore tecnico. Ovviamente sarebbe una interpretazione quantomeno "strana" del funzionamento della giustizia, ma meno strana, invece, potrebbe essere questa: un giudice che rimettesse in libertà un delinquente, il quale tornasse a delinquere (magari per lo stesso reato per cui era stato incarcerato), dovrebbe essere, in qualche modo, chiamato a rispondere (in un'ottica di "responsabilità") dei crimini commessi da quel delinquente, così come il tecnico che non ha previsto il terremoto (per un parallelo di "giustizia", dove tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, chiamati a rispondere del suo rispetto, in modo eguale). Altrimenti saremmo di fronte a un organismo che non risponderebbe mai delle sue azioni e "scelte tecniche", mentre tutti gli altri cittadini dovrebbero farlo.

Ripeto, preferirei una giustizia inflessibile contro i criminali, come succede in buona parte dei paesi del mondo; e che non si vedano più sentenze quantomeno discutibili, come quella che riconosce le attenuanti generiche al soggetto che uccise un vigile urbano a Milano, sulla base del contesto di vita familiare.

Se si vuole mettere il paese in mano alle destre per l'eternità, questa è la strada giusta...

mercoledì 15 maggio 2013

La vera sfida che la Pubblica Amministrazione italiana e la politica, dovrebbero affrontare



(estratto dalla mia tesi di Laurea in Scienze Politiche)

Oggi la sfida principale della Pubblica amministrazione è quella di migliorare la propria efficienza quando al contempo si riducono le risorse con le quali questa viene finanziata. Ovviamente ciò vale, seppure in misura differente, per quasi tutte le Istituzioni. All'interno dei singoli enti, alla luce della riduzione delle risorse, bisognerà riformulare non solo le priorità, ma pensare anche a una ristrutturazione dei processi e delle metodologie di lavoro.
Oggi in Italia il New Public Management è ancora troppo un concetto teorico, piuttosto che una realtà pratica e operativa, nonostante i passi avanti che sono stati fatti con le riforme della Pubblica amministrazione negli anni '90. E ciò per cause varie, dovute principalmente a resistenze (e reticenze) politiche ma anche di parte del mondo tecnico e amministrativo che opera nelle Pubbliche amministrazioni che è stato ed è, spesso, restio ad adottare semplificazioni poiché ancora ancorato a una logica burocratica da Stato pre-riforme.
Servono leggi chiare ed efficaci da applicare alle Pubbliche amministrazioni, e serve il coraggio da parte di chi lavora all'interno delle istituzioni pubbliche, di semplificare quando possibile, senza dovere cercare il cavillo o l'appiglio normativo, per giustificare una burocratizzazione1 delle procedure che per certi versi e in taluni settori, è ancora di proporzioni inaccettabili. Purtroppo per qualcuno non si tratta solo di leggi, ma di una forma mentis per cui burocratizzare è più semplice e più tutelante, che semplificare. Fino a che il dipendente pubblico sarà “terrorizzato” dal deviare anche minimamente da quello che riguarda la rigida interpretazione burocratica che la norma impone, la macchina pubblica vivrà in un handicap che non le consentirà di essere efficace ed efficiente nella sua azione2.
Questo vale per tutti gli aspetti, i processi e le dinamiche di lavoro che si svolgono all'interno della Pubblica amministrazione, che è una macchina molto complessa presa nella sua interezza, ma che talvolta viene resa ancora più complessa di quanto sarebbe (o dovrebbe essere) nella realtà operativa. Poiché a volte basta una cattiva comunicazione tra due servizi che dovrebbero lavorare a stretto contatto, magari per motivi che sono semplici incomprensioni o antipatie personali, per generare una inefficienza che con il tempo può comportare anche effetti gravi sul buon andamento del lavoro dell'ente.
Comunicare non basta, bisogna comunicare bene, e bisogna farlo ottimizzando nel miglior modo possibile la comunicazione in tutti i settori delle singole amministrazioni, da quella interna a quella esterna, tenendo conto di quali siano le realtà contestuali e operative di determinati enti o istituzioni. Non può esistere un modello unico ottimale di comunicazione valido per i 60.000 dipendenti dell'Inps e per gli 8 dipendenti del Comune di San Godenzo in Provincia di Firenze. Eppure la legge 150/2000 “Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni” non prevede nessuna differenziazione tra queste due istituzioni che hanno i medesimi obblighi normativi, ivi compresi quelli che comportano un importante impiego di personale per lo svolgimento di attività di comunicazione e informazione. Entro sei mesi dalla pubblicazione di questa legge 13 giugno 2000, tutte le amministrazioni indicate nell'articolo 1 comma 2 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n°29, dovevano riorganizzare e ridefinire i compiti degli uffici per le relazioni con il pubblico.
(...)
Fino a che si continuerà a considerare tutti gli enti e le istituzioni uguali, a prescindere dalle loro differenze di dimensioni, di risorse economiche e umane disponibili, dalla loro collocazione geografica, eccetera, le Amministrazioni pubbliche continueranno a produrre numerose inefficienze.
La strategia vincente, secondo il mio modo di vedere, sarebbe quella di fornire modelli normativi più elastici, che siano pensati secondo una logica di differenziazione tra i vari enti e istituzioni, che permettano una reale implementazione del New Public Management, in una logica di de-burocratizzazione, ragionando con un criterio bottom-up che tenga in considerazione il diverso funzionamento dei vari enti, dal piccolo al grande, in modo da ottimizzare il funzionamento di tutti, contenendo gli sprechi di risorse delle quali la politica negli ultimi anni si è lavata le mani con i tagli lineari in una logica del tutti colpevoli, nessun colpevole o, ancor peggio se possibile, pagano tutti per le inefficienze di qualcuno.
E rovesciare il principio per cui il dipendente pubblico talvolta si sente una sorta di ingranaggio di una catena di montaggio (la burocrazia), dalla quale non è concesso deviare, anche a costo di produrre inefficienze. L'effetto totalizzante della rigida interpretazione burocratica è che qualsiasi cosa non espressamente prevista da un processo aprioristicamente definito, non può esistere e non può essere presa in considerazione. Per cui qualora si dovesse trovare una procedura che migliori una determinata attività, nel rispetto di un quadro normativo generale, ma che non sia prevista secondo una inflessibile interpretazione burocratica della legge, questo processo non potrebbe essere attuato.
In una logica per cui si preferisce essere inefficienti interpretando in modo intransigente alla lettera tutto ciò che è dettagliatamente previsto da una determinata norma, piuttosto che formulare processi efficienti che considerino la procedura burocratica qualcosa di interpretabile (nei limiti del rispetto complessivo della legge) e non un Moloch.


1Un caso concreto, uno dei tanti, il DURC (documento unico di regolarità contabile): secondo la norma istitutiva di questa certificazione (la cosiddetta Legge Biagi), le imprese, le Pubbliche amministrazioni appaltanti, gli Enti privati a rilevanza pubblica appaltanti, le SOA (società organismi attestazione) devono richiederla per tutti gli appalti pubblici, di qualsiasi importo, in cinque distinte fasi: partecipazione alla gara, aggiudicazione dell'appalto, stipula del contratto, pagamento stati di avanzamento lavori, collaudo e pagamento saldo finale. Il periodo di validità del DURC è pari a 3 mesi. E' quindi possibile doverlo chiedere ben 5 volte, prima a tutte le ditte partecipanti al bando di gara poi, quando il cerchio si restringe, sempre alla medesima ditta, ogni 3 mesi. Se ci fossero 10 stati di avanzamento lavori, altri 10 DURC. Se tale certificazione può avere un senso per importi di lavori, servizi e forniture di una certa consistenza, non si capisce la necessità di richiederlo per importi che a volte possono essere dell'ordine di 1 euro (parlo di mondo reale delle P.A.). Alcune amministrazioni hanno deciso, con proprio regolamento interno, di richiedere i DURC solo sopra una determinata soglia di importo (per lavori, servizi e forniture). Altre amministrazioni, in modo totalmente anaelastico, continuano a richiederlo per qualsiasi importo, fosse anche 1 euro. La richiesta di un DURC complica le procedure delle P.A., dei cittadini e delle imprese, spesso scoraggiando queste ultime dall'intrattenere rapporti con le Pubbliche amministrazioni proprio per la farraginosità delle numerose procedure burocratiche ancora presenti, che comportano sostanzialmente più o meno gravi inefficienze nel buon andamento della macchina pubblica. Nel 2011 il legislatore ha cercato parzialmente e molto timidamente di sanare questa ennesima complicazione burocratica prevedendo, con D.L. 70/2011 articolo 4 comma 14bis (il cosiddetto Decreto Sviluppo), che per i contratti di forniture e servizi fino a 20.000 euro stipulati con la Pubblica amministrazione, i soggetti contraenti possono produrre una dichiarazione sostitutiva del documento di regolarità contributiva (DURC), procedendo poi con controlli periodici a campione. L'ambito della comunicazione pubblica rientra molto spesso nella categoria di forniture e servizi. Nonostante la previsione normativa di questo Decreto Sviluppo, alcune amministrazioni ancora non si sono adeguate a quanto previsto dall'articolo 4 comma 14bis. Altre invece, come abbiamo visto, hanno dato disposizioni ben precise con propri regolamenti interni, al fine di snellire le procedure, anche “forzando” in qualche modo la legge. Fino a che si incentiverà, in qualsiasi modo, anche sotto forma di pressioni mentali sui singoli dipendenti, la burocratizzazione piuttosto che la semplificazione (reale) e lo snellimento delle procedure, la macchina pubblica continuerà a produrre gravi inefficienze.
Una precisazione doverosa: qui non si vuole contestare l'applicazione del DURC che è strumento valido per la tutela dei lavoratori e per fare emergere il lavoro sommerso, ci si chiede semplicemente se sia necessario applicare tale documento a tutti gli importi dei lavori (servizi e forniture), a tutte le loro fasi, eccetera. C'è da credere infatti che le mafie, i corrotti e i corruttori, i disonesti in generale, non abbiano grosse difficoltà ad aggirare certe certificazioni per gli importi che a loro interessano. E' difficile pensare che la Mafia, la criminalità in genere, possa interessarsi della fornitura di 5€ di lampadine a basso consumo.
Ulteriore precisazione: personalmente sono contrario a qualsiasi forma di “deregolamentazione selvaggia”, ma favorevole a una reale semplificazione all'interno di un contesto normativo chiaro e ben definito (soprattutto sensato, alla luce delle esigenze delle P.A., dei cittadini e delle imprese) che tenga conto dei molteplici aspetti in campo e che impari, se necessario, dai propri errori. Passare da un controllo totale sotto l'egida della burocrazia, a una deregolamentazione brutale che possa favorire l'illiceità dei comportamenti, sarebbe inaccettabile. Ma tra i due estremi possono essere trovate varie soluzioni, in un giusto compromesso tra efficienza e controllo. Il problema a monte è che i controlli ci sono, ma sono le punizioni esemplari che spesso mancano.
2Si ricorda che l'articolo 97 della Costituzione italiana prevede, tra le altre cose, che i pubblici uffici debbano garantire il buon andamento dell'amministrazione ovvero, secondo una interpretazione estensiva oramai consolidata del dettame costituzionale, di osservare e rispettare criteri di economicità, rapidità, efficacia, efficienza e miglior contemperamento dei vari interessi, nello svolgimento delle proprie attività e mansioni .