venerdì 3 febbraio 2012

Italia: non possono esistere diritti senza doveri


In Italia quotidianamente sentiamo singoli individui, associazioni di essi, gruppi più o meno grandi, che rivendicano diritti. La discussione pubblica è spesso incentrata sui diritti, facendo troppo poco riferimento ai doveri. Per questo motivo parto da questo assunto: non possono esistere diritti senza doveri. Se facciamo riferimento alla Costituzione Italiana, vediamo come buona parte dei diritti che vengono quotidianamente (anche giustamente) rivendicati, non potrebbero esistere senza i doveri previsti dalla Carta. Ma nella discussione pubblica, di doveri di cittadinanza si parla troppo poco. Una nazione si fonda principalmente (quantomeno sta in piedi) sui doveri dei cittadini che ne fanno parte (senza volere per forza scomodare Mazzini o Silvio Pellico). Se poi consideriamo che questi cittadini sono gli italiani, popolo non certo da portare come esempio in quanto senso civico, ecco che ritengo opportuno che la discussione pubblica venga incentrata maggiormente sui doveri dei cittadini, soprattutto in questo particolare momento storico. Tra l'altro c'è un abuso che viene fatto da molti, sulla parola diritti. Succede che si rivendichino diritti che non possono esistere, presunti diritti che ledono libertà e diritti altrui. Un diritto individuale non può ledere i diritti altrui, tantomeno quelli della collettività. Vorrei vedere più spesso gente che manifesti non solo per rivendicare diritti, ma per chiedere il rispetto dei doveri. Doveri senza i quali non potrebbe esistere lo Stato e non potrebbe così esistere alcun diritto. Così succede che un po' tutte le parti politiche, formulino soluzioni semplicistiche a problematiche complesse (ovviamente con il solo scopo di guadagnare consenso elettorale che, in una situazione di campagna elettorale permanente quale viviamo da 20 anni, diventa l'unico obiettivo politico da perseguire). La rivoluzione civica necessaria all'Italia per ripartire e non sprofondare, passa inderogabilmente da una riscoperta dei doveri da parte di tutti i cittadini. Ora come non mai è indispensabile uno sforzo verso i doveri che spettano alla cittadinanza. Uno dei principi delle democrazie liberali (quelle presenti nella maggior parte del mondo occidentale moderno; per una definizione specifica si rimanda a Sartori “democrazia cos'è, 2011) è: “no taxation without representation”. Il testo, che vale ovviamente anche oggi, dovrebbe essere letto anche a rovescio, con questo senso: “serve innanzitutto rispettare tutti i doveri di cittadinanza, per averne i diritti”.

giovedì 2 febbraio 2012

3 febbraio, 5 anni fa


Ci sono date che segnano indelebilmente la vita di ognuno di noi.
Per me il 3 febbraio 2007 fu una di queste. E oggi, dopo 5 anni, ne porto ancora le conseguenze.

lunedì 30 gennaio 2012

La questione del valore legale del titolo di studio


Innanzitutto è necessario fare chiarezza su cosa si intenda per valore legale del titolo di studio, in quanto ho letto in giro su internet alcune ipotesi fantasmagoriche, scritte persino da alcuni giornalisti. Diciamo subito quindi che un'eventuale abolizione del valore legale del titolo di studio non significherà che il titolo di studio non servirà più a niente. Chi pensa che una quinta elementare basterà per fare il cardiologo, si sbaglia di grosso. Lo dico perché pare che qualcuno abbia realmente confuso le cose, non a questi livelli, ma quasi.
Il valore legale del titolo di studio significa sostanzialmente che esso produce degli effetti giuridici. In pratica significa che un determinato titolo di studio consente di:
a) proseguire gli studi secondo un determinato percorso;
b) potere sostenere un esame di stato per l'esercizio della professione;
c) accedere al lavoro pubblico mediante procedura concorsuale.
Parliamo del terzo punto cercando di fare chiarezza, poiché questo è quello che più interessa (interessa anche il secondo punto, soprattutto qualora si deciderà di abolire gli ordini professionali, ma qui svilupperò il punto "c").
Cosa significherebbe abolire il valore legale della laurea, nell'accesso ai concorsi pubblici? Bisogna prima fare un cenno su come vengono preparati i Bandi di concorso (cercherò di essere breve dando per acquisite alcune conoscenze di base, qualora non fosse così rimando a letture relative alla normativa sui concorsi pubblici). Quando una P.A. decide di integrare o aumentare una pianta organica, mette a concorso uno o più posti, indicando quale figura professionali si vorrà assumere e indicando nel Bando, quali titoli di studio siano necessari per partecipare al concorso. Così succederà di leggere nel bando (faccio un esempio pratico): "profilo professionale istruttore direttivo [settore di lavoro] Area C [ex VII livello] posizione economica C1". In seguito si chiederà il possesso di determinati requisiti, tra cui una laurea (per l'accesso all'ex VII livello è necessario possedere una laurea), solitamente specifica, per cui (ad esempio) se il posto è per un ricercatore naturalista, la laurea richiesta sarà in Scienze Naturali. Ciò significa che tutti coloro che hanno sì una laurea, ma non quella specifica laurea, non potranno partecipare al concorso. Un agronomo ad esempio, non potrebbe partecipare a un posto pubblico per ricercatore naturalista, per cui si richiede il possesso di una laurea in Scienze Naturali.
Togliendo il valore legale al titolo di studio, le Amministrazioni Pubbliche che bandiranno concorsi, non potranno più indicare lauree specifiche per partecipare alla selezione a determinati posti di lavoro. Per cui nel posto che ho citato sopra, potrebbe partecipare pure un agronomo, un dottore forestale, un laureato in scienze ambientali, eccetera.
Siamo nel campo delle liberalizzazioni, di cui ho già parlato. Dove sarebbe il problema in tutto ciò? Beh, è evidente che se per il posto messo a concorso serve una persona che progetti dighe, non sarà possibile mettere un laureato in lettere... Ovviamente delle "specifiche" andranno fatte. Ma si liberalizzeranno invece quei settori dove la richiesta di una laurea specifica è stata vista in passato come un "favore" a determinati ordini professionali. O, ancora peggio, un modo per consentire la partecipazione al concorso solo a determinate persone. Abolendo il valore legale del titolo di studio, tutti (con le limitazioni che ho accennato sopra: un laureato in economia non potrebbe comunque fare il neurochirirgo) potranno accedere a posti di lavoro pubblici, che non presentino certe specificità. Cosicché al posto in un ufficio comunicazione potranno partecipare laureati in Scienze delle comunicazione, ma anche in lettere, scienze politiche, eccetera (mentre prima spesso si mettevano limitazioni che tagliavano fuori certe categorie).
Era una procedura "esclusiva" invece che "inclusiva".
Non corrisponde quindi al vero che la laurea non servirà più a niente (tra l'altro nei paesi anglosassoni il valore legale del titolo di studio generalmente non è presente).
Dove sta il vantaggio? uno l'ho già segnalato: liberalizzazione dell'accesso ai posti pubblici.
E lo svantaggio? tra le righe ho segnalato anche quello. Se è vero che alcuni settori non sono specialistici come la medicina o l'ingegneria, è pur vero che esistono delle peculiarità. Se un Ente ha bisogno di un ricercatore naturalista che conosce bene le specie floristiche, oggi mette a concorso il posto richiedendo una laurea in Scienze Naturali. Senza il valore legale, potrà succedere che il concorso lo vinca un dottore forestale, che magari non è esperto di studi sui fiori. Potete fare da voi tantissimi altri esempi in merito.

Altro punto che è emerso in questi giorni è l'abolizione del voto di laurea come criterio di valutazione nella selezione pubblica. Oggi al voto di laurea è attribuito un punteggio che si va a sommare a quello conseguito nella prova di concorso (valutazione per titoli ed esami).
La proposta è quella di togliere questo tipo di valutazione, sostituendola con un punteggio che scaturisce dal "valore" della Facoltà in cui si è conseguito il titolo di studio. Cosicché una laurea al politecnico di Torino sarà presumibilmente considerata di maggiore valore rispetto ad esempio a una laurea online.
Oggi tutte le lauree, conseguite in qualsiasi ateneo, hanno pari valore legale. Che la laurea sia conseguita in un Istituto serissimo e preparatissimo o in uno scadente, non fa alcuna differenza. Con quale risultato? Che chi si laurea in un ateneo difficile può essere penalizzato rispetto a uno che lo fa in un istituto scadente, poiché è possibile che un laureato con 100 in un Istituto prestigioso, sia molto più preparato di un 110 in un Istituto scadente. Però, in caso di concorso pubblico, chi ha preso 100 in un Istituto prestigioso, sarà penalizzato nel punteggio rispetto ad un 110 di un ateneo scadente.
Vantaggi? Alcuni vantaggi sono più che evidenti: chi studierà in atenei qualificati, avrà più possibilità di accesso al lavoro pubblico (qualora il punteggio "titoli" fosse dato sulla base dell'ateneo di provenienza).
Maggiore concorrenza tra gli atenei con presumibile miglioramento della qualità didattica. Sparirebbero (eliminate dal mercato) quelle università dove la qualità della didattica è scadente e/o è più facile conseguire la laurea. L'obiettivo in generale, dovrebbe essere quello di premiare il merito, facendo la considerazione che i più bravi frequentano le facoltà più qualificate (come si stabilisce quali siano le Facoltà più qualificate? Annualmente apposite società stilano la classifica della qualità degli atenei e delle singole Facoltà).
Svantaggi? ci sono anche quelli: è possibile che le università più qualificate, saranno anche quelle che avranno maggiori costi per accedervi, limitando così l'accesso a chi se lo potrà permettere. Il problema è parzialmente risolvibile con le borse di studio.

Vantaggi e svantaggi sono presenti sia da una parte che dall'altra, ma credo sia giusto discutere di ciò.
Personalmente credo che l'università sia un luogo dove si dovrebbe andare ad apprendere e non con il solo scopo di conseguire un documento.

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domenica 29 gennaio 2012

Qual è la vera Inter?

Nessuno potrà accusarmi di non averlo detto, ovvero che per l'Inter attuale l'obiettivo terzo posto è pure troppo, per la qualità complessiva della squadra. Moratti pare non intenzionato a spendere anzi, si parla della cessione di Thiago Motta il quale avrà tutti i difetti che vorrete ma è l'unico a centrocampo ad avere i piedi da giocatore di serie A.
Questa è una squadra vecchia, è un Macallan. Alle squadre vecchie puoi porre rimedio solo rinnovando, ma bisognerebbe farlo prima di diventare vecchi, altrimenti è come provare a sistemare una Topolino con dei pezzi nuovi; bisognava pensarci nel 1930 a rimetterla a posto...
Capitolo acquisti: non so se avete notato che la campagna acquisti dell Inter della scorsa estate è stata l'ennesimo fallimento sportivo.Rimarrà il solo Alvarez, tutti gli altri, non pervenuti; o se ne andranno o rimarranno nell'ombra. Una società che sbaglia per 2 anni la campagna acquisti, significa che ha grossi problemi al suo interno, o economici o di competenze.
Col mercato prossimo alla chiusura, dell'Inter si parla solo di possibili cessioni. Con la certezza così di un prosieguo di campionato, anonimo. Così come era iniziato, finirà?

venerdì 27 gennaio 2012

Perché in Italia è più facile protestare contro i tecnici che contro i politici


Premesse doverose: lo sciopero è un diritto fondamentale dei lavoratori, contemplato anche dalla nostra Costituzione, l'articolo 40 specifica che esso si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano. Lo sciopero consiste nell'astensione dal lavoro da parte dei lavoratori, per rivendicare diritti. Il contesto di applicazione è quello dei diritti dei lavoratori. Qualsiasi altra forma di protesta che non riguardi i diritti dei lavoratori non è sciopero ma rientra in altri tipi di manifestazioni (politiche, sociali, ecc.). Lo sciopero quindi, da definizione, non può essere usato per "forzare" le scelte politiche ed economiche di un governo. Beninteso, qualsiasi manifestazione (non violenta) è legittima, ma quelle che vogliono influenzare decisioni politiche ed economiche che non riguardino nello specifico i diritti dei lavoratori, non sono sciopero.
Anche la libertà di manifestazione è tutelata dalla Costituzione, ma non può sfociare in alcun tipo di violenza. Obbligare qualcuno a fare qualcosa contro la sua volontà (salvo che ciò non sia imposto coercitivamente da organismi preposti), costituisce un illecito.

Le manifestazioni di questi giorni in Italia non hanno precedenti simili negli ultimi anni, caratterizzati dalla presenza di governi politici. Dal 2008 fino a metà 2011 gli scioperi (per i diritti dei lavoratori) sono stati indetti quasi esclusivamente dalla CGIL. Appena si è dimesso il governo politico ed è subentrato il governo tecnico, si sono svegliati anche gli altri sindacati e con loro si sono svegliate persone che prima di allora accettavano di buon grado che il governo politico guidato da Berlusconi non adottasse misure efficaci ed efficienti per affrontare la crisi economica. Il governo Berlusconi per 3 anni è stato intento a occuparsi più degli interessi personali di Berlusconi che di quelli del paese. Ma allora la gente manifestava molto meno che ora. Eppure non è credibile che si possano addossare tutte le colpe della situazione attuale a un governo, quello tecnico, in carica da soli due mesi, mentre il governo politico di Berlusconi è durato oltre 3 anni.

La causa principale è che in Italia esiste ancora, sebbene in misura minore rispetto al passato, un importante legame ideologico nei confronti di partiti o di leader di partito operanti nell'arco costituzionale. L'Italia è un paese ideologicamente spaccato in due, lo è da almeno 80 anni. La Prima Repubblica, cominciata nel dopoguerra e conclusa (?) nel 1994 è stata vissuta con il dualismo tra DC e PCI. Nel 1994 l'entrata in politica di Berlusconi ha ulteriormente consolidato questa spaccatura. Da allora l'Italia è stata governata da coalizioni di Centro destra e Centro sinistra, con buona parte dei cittadini che hanno parteggiato attivamente per l'una o l'altra fazione. Ci si schierava non tanto per protestare contro questa o quella politica, ma per manifestare la propria fiducia a questo o quel politico (anche con manifestazioni di sfiducia nei confronti della controparte politica). Le manifestazioni, salvo alcune eccezioni, hanno riguardato principalmente il contro o pro una o l'altra parte politica, piuttosto che il merito delle decisioni prese da queste. Intanto il malumore tra i cittadini per i gravi problemi del paese cresceva. Ma la logica del parteggiare per l'uno o per l'altro, non poteva essere accantonata poiché nessuna delle due parti avrebbe accettato di manifestare politicamente un dissenso verso la propria parte, proprio perché non si voleva riconoscere una dignità politica alla controparte (perdonate il gioco di parole).
Centro destra e Centro sinistra italiani ancora oggi non si riconoscono l'un l'altro una dignità politica. E' una contrapposizione questa che difficilmente prevede la discussione e il confronto tra loro. Ed è una cosa così portata all'estremo che non ha uguali nell'Europa democratica. Solo in Italia si parla ancora di minaccia comunista (con un partito comunista che è fuori dal Parlamento e ridotto ai minimi termini e che da tempo ha abbandonato il leninismo), mentre Berlusconi resta un'anomalia che non consente la nascita di un polo liberale in Italia. Di converso negli ultimi 18 anni Berlusconi pare essere diventato l'interesse principale del Centro sinistra. Si è pensato più a Berlusconi che a formulare e proporre un'alternativa credibile a Berlusconi.
Così ora che la politica non è direttamente in campo, molte persone si sentono più libere di protestare, anche con veemenza, slegate dal loro credo ideologico che prima gli impediva di manifestare contro un governo politico. Il governo tecnico diventa così ora il bersaglio, il libero sfogo, di chi si è tenuto dentro un sentimento di disagio che prima non riusciva a manifestare a causa del legame politico nei confronti della propria parte politica di riferimento. 
Tutto ciò è qualcosa che non denota certo maturità politica da parte dei cittadini italiani che, dal dopoguerra (e in particolare negli ultimi 18 anni) a oggi, hanno eletto questi rappresentati politici che spesso non sono stati all'altezza dei propri compiti.

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