lunedì 30 gennaio 2012

La questione del valore legale del titolo di studio


Innanzitutto è necessario fare chiarezza su cosa si intenda per valore legale del titolo di studio, in quanto ho letto in giro su internet alcune ipotesi fantasmagoriche, scritte persino da alcuni giornalisti. Diciamo subito quindi che un'eventuale abolizione del valore legale del titolo di studio non significherà che il titolo di studio non servirà più a niente. Chi pensa che una quinta elementare basterà per fare il cardiologo, si sbaglia di grosso. Lo dico perché pare che qualcuno abbia realmente confuso le cose, non a questi livelli, ma quasi.
Il valore legale del titolo di studio significa sostanzialmente che esso produce degli effetti giuridici. In pratica significa che un determinato titolo di studio consente di:
a) proseguire gli studi secondo un determinato percorso;
b) potere sostenere un esame di stato per l'esercizio della professione;
c) accedere al lavoro pubblico mediante procedura concorsuale.
Parliamo del terzo punto cercando di fare chiarezza, poiché questo è quello che più interessa (interessa anche il secondo punto, soprattutto qualora si deciderà di abolire gli ordini professionali, ma qui svilupperò il punto "c").
Cosa significherebbe abolire il valore legale della laurea, nell'accesso ai concorsi pubblici? Bisogna prima fare un cenno su come vengono preparati i Bandi di concorso (cercherò di essere breve dando per acquisite alcune conoscenze di base, qualora non fosse così rimando a letture relative alla normativa sui concorsi pubblici). Quando una P.A. decide di integrare o aumentare una pianta organica, mette a concorso uno o più posti, indicando quale figura professionali si vorrà assumere e indicando nel Bando, quali titoli di studio siano necessari per partecipare al concorso. Così succederà di leggere nel bando (faccio un esempio pratico): "profilo professionale istruttore direttivo [settore di lavoro] Area C [ex VII livello] posizione economica C1". In seguito si chiederà il possesso di determinati requisiti, tra cui una laurea (per l'accesso all'ex VII livello è necessario possedere una laurea), solitamente specifica, per cui (ad esempio) se il posto è per un ricercatore naturalista, la laurea richiesta sarà in Scienze Naturali. Ciò significa che tutti coloro che hanno sì una laurea, ma non quella specifica laurea, non potranno partecipare al concorso. Un agronomo ad esempio, non potrebbe partecipare a un posto pubblico per ricercatore naturalista, per cui si richiede il possesso di una laurea in Scienze Naturali.
Togliendo il valore legale al titolo di studio, le Amministrazioni Pubbliche che bandiranno concorsi, non potranno più indicare lauree specifiche per partecipare alla selezione a determinati posti di lavoro. Per cui nel posto che ho citato sopra, potrebbe partecipare pure un agronomo, un dottore forestale, un laureato in scienze ambientali, eccetera.
Siamo nel campo delle liberalizzazioni, di cui ho già parlato. Dove sarebbe il problema in tutto ciò? Beh, è evidente che se per il posto messo a concorso serve una persona che progetti dighe, non sarà possibile mettere un laureato in lettere... Ovviamente delle "specifiche" andranno fatte. Ma si liberalizzeranno invece quei settori dove la richiesta di una laurea specifica è stata vista in passato come un "favore" a determinati ordini professionali. O, ancora peggio, un modo per consentire la partecipazione al concorso solo a determinate persone. Abolendo il valore legale del titolo di studio, tutti (con le limitazioni che ho accennato sopra: un laureato in economia non potrebbe comunque fare il neurochirirgo) potranno accedere a posti di lavoro pubblici, che non presentino certe specificità. Cosicché al posto in un ufficio comunicazione potranno partecipare laureati in Scienze delle comunicazione, ma anche in lettere, scienze politiche, eccetera (mentre prima spesso si mettevano limitazioni che tagliavano fuori certe categorie).
Era una procedura "esclusiva" invece che "inclusiva".
Non corrisponde quindi al vero che la laurea non servirà più a niente (tra l'altro nei paesi anglosassoni il valore legale del titolo di studio generalmente non è presente).
Dove sta il vantaggio? uno l'ho già segnalato: liberalizzazione dell'accesso ai posti pubblici.
E lo svantaggio? tra le righe ho segnalato anche quello. Se è vero che alcuni settori non sono specialistici come la medicina o l'ingegneria, è pur vero che esistono delle peculiarità. Se un Ente ha bisogno di un ricercatore naturalista che conosce bene le specie floristiche, oggi mette a concorso il posto richiedendo una laurea in Scienze Naturali. Senza il valore legale, potrà succedere che il concorso lo vinca un dottore forestale, che magari non è esperto di studi sui fiori. Potete fare da voi tantissimi altri esempi in merito.

Altro punto che è emerso in questi giorni è l'abolizione del voto di laurea come criterio di valutazione nella selezione pubblica. Oggi al voto di laurea è attribuito un punteggio che si va a sommare a quello conseguito nella prova di concorso (valutazione per titoli ed esami).
La proposta è quella di togliere questo tipo di valutazione, sostituendola con un punteggio che scaturisce dal "valore" della Facoltà in cui si è conseguito il titolo di studio. Cosicché una laurea al politecnico di Torino sarà presumibilmente considerata di maggiore valore rispetto ad esempio a una laurea online.
Oggi tutte le lauree, conseguite in qualsiasi ateneo, hanno pari valore legale. Che la laurea sia conseguita in un Istituto serissimo e preparatissimo o in uno scadente, non fa alcuna differenza. Con quale risultato? Che chi si laurea in un ateneo difficile può essere penalizzato rispetto a uno che lo fa in un istituto scadente, poiché è possibile che un laureato con 100 in un Istituto prestigioso, sia molto più preparato di un 110 in un Istituto scadente. Però, in caso di concorso pubblico, chi ha preso 100 in un Istituto prestigioso, sarà penalizzato nel punteggio rispetto ad un 110 di un ateneo scadente.
Vantaggi? Alcuni vantaggi sono più che evidenti: chi studierà in atenei qualificati, avrà più possibilità di accesso al lavoro pubblico (qualora il punteggio "titoli" fosse dato sulla base dell'ateneo di provenienza).
Maggiore concorrenza tra gli atenei con presumibile miglioramento della qualità didattica. Sparirebbero (eliminate dal mercato) quelle università dove la qualità della didattica è scadente e/o è più facile conseguire la laurea. L'obiettivo in generale, dovrebbe essere quello di premiare il merito, facendo la considerazione che i più bravi frequentano le facoltà più qualificate (come si stabilisce quali siano le Facoltà più qualificate? Annualmente apposite società stilano la classifica della qualità degli atenei e delle singole Facoltà).
Svantaggi? ci sono anche quelli: è possibile che le università più qualificate, saranno anche quelle che avranno maggiori costi per accedervi, limitando così l'accesso a chi se lo potrà permettere. Il problema è parzialmente risolvibile con le borse di studio.

Vantaggi e svantaggi sono presenti sia da una parte che dall'altra, ma credo sia giusto discutere di ciò.
Personalmente credo che l'università sia un luogo dove si dovrebbe andare ad apprendere e non con il solo scopo di conseguire un documento.

Se ti è piaciuto questo articolo puoi seguirmi su twitter o condividermi su facebook (puoi farlo con i tasti che trovi sulla home page), oppure unisciti gratuitamente con google friend connect o iscrivendoti ai miei feed. Resterai così aggiornato su tutte le notizie del blog Linea Gotica

7 commenti:

rokko ha detto...

Ciao Nicola !
Io credo di aver capito che quando si parla di "abolizione del valore legale del titolo di studio" si intenda abolire principalmente una cosa, ovvero l'obbligo giuridico di considerare equipollenti, specialmente nei concorsi pubblici, i titoli di studio analoghi conseguiti in differenti istituti.
In altre parole, oggi in un concorso pubblico non si può scrivere "il candidato deve essere laureato con 110/lode presso la Bocconi, la Federico II, la Sapienza, ecc. ecc." ma si può scrivere solo "il candidato deve essere laureato con 110/lode": La legge obbliga a considerare uguali la laurea conseguita al CEPU e quella conseguita alla Normale di Pisa. Se non lo si facesse, il laureato al CEPU potrebbe fare ricorso e vincerlo, se discriminato.
Ciò già non è vero nel privato, che assume chi vuole alle sue condizioni e che ovviamente considera diversi i laureati alla Normale ed al CEPU, quindi secondo me sarebbe meglio allineare il pubblico al privato. Come effetto collaterale positivo, si otterrebbe che il CEPU (non me ne voglia, lo uso come esempio) non avrebbe interesse a fare il diplomificio, ma dovrebbe offrire una formazione valida ai suoi iscritti per poter "scalare" la classifica degli atenei considerati più validi ...
E' un'ulteriore liberalizzazione, ormai si è capito che Monti è uno specialista del campo.

rossorosso ha detto...

Grazie, un pochino di chiarezza e di calma su questo tema ci voleva proprio e come dici tu, ci sono pro e contro. Bisogna parlarne di più e capire cosa veramente si farà.

Markus ha detto...

Per parecchi anni manager in una multinazionale, ho fatto numerosi colloqui per valutare laureati e diplomati candidati all'assunzione. Ho trovato persone valide ed imbecilli sia tra i primi che tra i secondi ma quello che ho notato, in particolare, è che i possessori di laurea tendono spesso a sopravvalutarsi risultando, a volte, alquanto fastidiosi. p.s. nella mia azienda la retribuzione e la cariera NON dipendevano dal titolo di studio ma dai risultati conseguiti.

Linea Gotica ha detto...

@rokko: l'equipollenza esiste già (ci sono apposite tabelle fornite dal ministero). Ovviamente in nessuno concorso pubblico si può richiedere una laurea presa presso un determinato ateneo. Il voto conseguito vale come punteggio (ex. se uno ha preso 66 che è il minimo, anche se non conosco gente che si sia laureata con questo voto, gli viene dato 1 punto, con 110, 5 punti; è solo un esempio).
Non esiste invece una valutazione in base alla qualità dove si è conseguita la laurea, per cui un titolo acquisito presso quelli che vengono chiamati laureifici e uno presso un'istituzione qualificata, valgono uguale.
L'intento sarebbe quello di far valere di più il titolo conseguito presso atenei più qualificati, poiché se uno ha studiato di più ed è più preparato, si ritiene che debba essere maggiormente premiato.

Linea Gotica ha detto...

@rosso: tra l'altro è necessario dirimere un'altra confusione che si è generata. Qualcuno ha detto (o pensato) che gli atenei più prestigiosi sarebbero quelli privati, dove le rette sono più alte.
Non è così, nel complesso le università pubbliche hanno qualità migliore.

Linea Gotica ha detto...

@markus: nel privato generalmente si guarda anche a dove e come uno ha conseguito una laurea, quindi tra un ingegnere laureato online e uno al politecnico di Torino, è molto probabile che venga scelto il secondo.
Oggi in un concorso pubblico invece un 110 online, vale come uno preso a un politecnico prestigioso. E' questa anomalia che si vorrebbe eliminare.

rokko ha detto...

"L'equipollenza esiste già"
Appunto, è ciò che andrebbe scardinato con questa riforma.

Ciao
R.