Durante le mie vacanze in Sicilia, sono stato in alcuni dei luoghi simbolo della lotta alla mafia.
Sono passati 20 anni da quelle terribili stragi, è importante ricordare per non dimenticare e continuare nella lotta contro la criminalità organizzata.
Il ciclismo è molto cambiato negli ultimi 10 anni, l'ho già scritto in altro post; i motivi sono vari, ma non voglio tornarci sopra ora.
Parliamo della tappa di oggi. Sul mio profilo FB ho scritto: se Nibali vuole vincere il Tour, deve provare da lontano. Questo perché, oltre ai 2 minuti di ritardo attuali da Wiggins, deve aggiungere altri 2 minuti per l'ultima cronometro. Il corridore siciliano dovrebbe quindi guadagnare tra i 4 e i 5 minuti all'inglese in salita. Le cose sono due: o spera in una "banana cosmica" di Wiggins durante una tappa (oggi no, domani?), o si accontenta del terzo/secondo posto facendo qualche scaramuccia. Per vincere il Tour non basta scattare a 5 dalla vetta della salita, neanche a 10 (a meno che non si speri nella crisi nera dell'altro, ma sono in due...).
Successe così anche al Tour dell'anno scorso, così come al Giro (pure quello di quest'anno): perlopiù si guardano e la selezione diventa naturale. Nibali è si scattato, ma non ha fatto male (e in salita, sulla carta, dovrebbe averne di più degli altri due). Ha detto che la tappa che preferisce è quella di domani, vediamo, ma Nibali deve essere conscio che dovrà rifilare sia a Wiggins che Froome circa 5 minuti. A meno che non abbia già deciso di correre per il terzo posto.
Dublino non era poi così lontana. Non certo quanto quell’America dall’altra parte della luna, cantata da Lucio Dalla. Nel 2004 il mondo si era ristretto come una maglietta di cotone in lavatrice, le compagnie aeree low-cost ti portavano ovunque, con pochi spiccioli. Fu così che decidemmo di comprarci i biglietti aerei per la capitale irlandese, Forlì era collegata con London Stansed e da lì si poteva volare sopra quello stretto lembo di mare che divide le due isole. Come al solito avevamo in mano solo i tagliandi, il resto era, sarebbe stato, tutta avventura. Una lunga sosta a Stansed ci fece capire come gli inglesi amavano l’Europa: “non si accettano euro” scritto in tutte le lingue del mondo. Neppure le macchinette, maledetti, bevemmo al cesso per non morire d’arsione.
Il volo per Dublino partiva nel tardo pomeriggio e saremmo giunti nella terra verde in prima serata. Pioveva a Londra, ancor di più a Dublino al nostro atterraggio. Scesi dal nostro 737, ci accorgemmo subito come l’aria che si respirava fosse diversa, più umida indubbiamente, ma intrisa di una cordialità che in Italia non eravamo più abituati ad incontrare. Le persone salutavano, le ragazze esponevano a noi il loro timido sorriso, non abituato chiesi subito a Marco e Andrea, i miei soliti compagni di viaggio: “ma ci prendono per il culo?!?”. No, non eravamo i loro zimbelli, in quella terra l’educazione era un concetto non ancora passato di moda. Fuori dall’aeroporto c’era uno di quei classici Bus rossi a due piani che ci avrebbe portato nel cuore della capitale irlandese. Salimmo e appena partiti non potemmo esimerci dal pensare: “tieni la destra coglione!”. Ma i coglioni che generalmente viaggiano sempre in coppia, in quella umida giornata erano tre. Impiegammo qualche kilomentro per renderci conto che quella di sinistra fosse indubbiamente la corsia giusta da tenere. Evidentemente a Dublino erano passati prima di noi molti altri italiani poiché ad ogni incrocio una scritta ben visibile sull’asfalto ammoniva: “look right!!!”.
Era novembre ma la temperatura a Dublino era più che gradevole, non fosse stato per quella shower continua che picchiettava sulle nostre teste, con gli ombrelli ovviamente lasciati a casa. Dovevamo trovare dove dormire, cominciava a farsi tardi e passare l’ennesima notte all’addiaccio, con quel tempo, non sarebbe stata cosa piacevole. Il nostro sguardo perso attirò l’attenzione di un giovane che gestiva delle camere, ci portò con lui, ci mostrò la stanza e con un inglese dal forte accento irlandese ci disse: “forse per voi costa troppo, meglio che vi accompagni in un ostello dove spenderete meno”.
Come come come? Una persona che rifiuta i nostri soldi per portarci in un posto più economico? “Ci vuole inculare”- sussurrai all’orecchio di Andrea che già ci aveva fermato al primo Pub per offrirgli da bere. Invece il ragazzo ci accompagnò veramente in un ostello nella prima periferia, a circa due kilometri dal cuore della città, quello che avremmo poi scoperto essere Temple Bar.
L’inglese maccaronico di Andrea ci permise di prenotare la camera da 6 ad un prezzo più che favorevole. Preso possesso della stanza nella quale erano presenti altre due persone che parlavano una lingua ai più sconosciuta e che se ne sarebbero andati di lì a poco, appoggiammo le nostre cose e decidemmo di uscire subito per goderci quella nostra prima serata irlandese. Non ci cambiammo neppure, uscimmo così, schifosi. Non ci dimenticammo ovviamente dell’amico che ci aveva portato all’ostello e lo ricompensammo con una cassa di birra che forse ci sarebbe costata meno del soggiorno nella sua camera. La nostra new economy...
Dove andare? Grosso dilemma, non conoscevamo nulla di Dublino e tantomeno avevamo una cartina. Lungo il marciapiede che stavamo percorrendo, vedemmo scendere un travestito sulla cinquantina, con un improbabile caschetto biondo in testa e una borsetta stile british. Capimmo subito quale fosse la strada da non seguire. Cominciammo a camminare, senza una meta precisa, in direzione di quello che sembrava essere il centro. Dopo qualche minuto giungemmo nel cuore della città, Temple Bar appunto. Era pieno zeppo di gente, si faticava quasi a camminare, allegria e alcool erano nell’aria, ci trovammo in un attimo travolti da quell’aria di festa. Capimmo che era giunta l’ora di bere, per recuperare quel gap alcoolico che ci separava dal resto del mondo. Entrammo nel pub che da quel momento ribattezzammo il Verdone (emanava una luce verde, assomigliava a un circolo dei repubblicani, ma con molta più figa!). Sembrava di essere entrati in un altro mondo, era presente gente di tutte le età, che ballava, beveva, rideva e ti si buttava al collo. “Ci vogliono inculare” – sussurrai nuovamente all’orecchio di Andrea, ma lui si stava già scolando la sua pinta di Guinness mentre Marco cominciava ad entrare nel clima festoso. Alla seconda birra media il termine “inculare” cominciò incredibilmente a prendere un’accezione positiva e attiva. Andrea era il più lanciato, dopo poco lo trovai lingua in bocca con un’americana che aveva trovato in lui il desiderio sessuale tutto italiano. Scoprii quel giorno che gli italiani andavano parecchio di moda tra le americane, anche se Andrea successivamente avrebbe demolito il mito del maschio italico. Marco puntò subito l’amica, un bel viso, ma sui 100 kg. Dopo mezz'ora la bolgia era totale, persino io che la birra mi fa schifo, ero in preda ai fumenti del malto fermentato. In mezzo alla pista sembravamo i Tony Manero dei poveri, Andrea continuava ad avvinghiarsi come un pitone all’americana mentre Marco cominciava a tenere la conta su chi avrebbe limonato di più. La nottata scorse veloce e ci ritrovammo alle 4 del mattino senza essercene resi conto. Eravamo fuori dal locale, oramai chiuso, con una miriade di persone che passeggiava per le vie di Temple Bar, ragazze ammiccanti che ti invitavano a parlare l’esperanto pur di comunicare. “L’inglese serve, ma la lingua di più” – chiosò Marco, il non anglofono, dopo l’ennesima conquista della serata. Ne contò ben otto, mentre Andrea si fermò a sette. Non poteva finire così la nostra prima magnifica serata irlandese, continuammo a girare, anche per smaltire i postumi alcoolici. La città sembrava non volere andare a dormire, sebbene i locali fossero tutti chiusi. Continuammo a peregrinare per Dublino, ad attaccare bottone con tutte, a ridere, cantare e bere fino a che, non so ancora come, ritrovammo la strada dell’Ostello. Fu una notte di fortori di stomaco, ma ne era valsa veramente la pena.
Al risveglio l’indomani, una cospicua colazione in quella che scoprimmo essere una chiesa sconsacrata, ci accompagnò per tutta la giornata. Il cibo irlandese infatti non ci aggradava e andammo avanti ad hamburger. Fu però l’occasione per scoprire la città, vivissima, con i suoi Pub aperti anche in pieno pomeriggio, la musica tradizionale, i balli. Sembrava fosse sempre sabato sera. Capimmo quindi che la nostra serata sarebbe cominciata molto presto e alle 5 del pomeriggio, ora rigorosamente locale, tornammo all’ostello per lavarci. Insomma, le docce non erano proprio il massimo ma per chi come me, ha fatto il militare, nulla fa schifo. Meno avvezzi Andrea e Marco, ma nel giro di un’oretta eravamo tutti belle che pronti per cominciare nuovamente la nostra serata. Erano solo le sei e mezzo ma Andrea era già al secondo litro di Guinness e i risultati, purtroppo, non si sarebbero fatti attendere. Il nostro obiettivo era il Verdone e fu là che ci recammo. C’erano ancora le Americane e questa volta fu chiaro che ci stavano aspettando. Andrea si avvinghiò alla sua Boston’s girl mentre Marco, meno ubriaco della sera precedente, si accorse di come il vitello americano non fosse proprio il suo tipo. Dopo poco Andrea sparì e non lo rivedemmo più; di questa storia vi parlerò nella parte finale di questo racconto, se avrete il fegato per leggerla.
Io e Marco, dopo oltre un’ora di balli e birre al Verdone, decidemmo di cambiare aria, le americane erano sparite e Marco era fermo a quota quattro lingue, una miseria tenuto conto del risultato della sera precedente. Fu così che scoprimmo il Busker’s, un disco Pub stracolmo di belle ragazze di tutte le nazionalità. Ma anche quel giorno, era l’America che ci cercava. Tre ragazze di Los Angeles, cominciammo a ballare con la musica a palla, per due ore o forse più. Poi tutto d’un tratto come magicamente, comparvero due Francesi della Savoia, coi quali ci mettemmo a parlare, ridere e scherzare, fino a che ci accorgemmo che le Americane erano sparite. Bravi coglioni, allez les bleu!
Erano oramai le quattro della mattina e i due francesi ci invitarono a casa loro, nella zona più malfamata del porto di Dublino. In quell’occasione fu Marco a dire: “secondo me ci vogliono inculare” – ma oramai, francamente, non mi interessava più niente e decidemmo di seguirli. Fu così che ci ritrovammo nella casa di questi ragazzi che a Dublino facevano i cuochi in un ristorante. Ad attenderci nell’appartamento c’era un altro ragazzo francese di origine nordafricana. Dopo i primi minuti di empasse l’atmosfera si fece molto più gioviale e festosa, cominciò a scorrere sidro a fiumi, corretto con sostanze alcoliche di dubbia provenienza. Dopo un’ora la casa era praticamente devastata, uno dei due francesi praticamente svenuto per terra, l’altro, quello di origine magrebina, che inveiva contro Bush, contro la Francia, contro l’inno nazionale. Sullo sfondo appeso al muro, un poster degli U2 pareva guardarci. Si era fatto molto tardi, fuori era quasi giorno, arrivarono altri ragazzi francesi i quali ci aiutarono a rimettere in sesto uno dei due cuochi che oramai era in preda ad istinti suicidari; sosteneva di essere in grado di volare saltando dal terrazzo nella siepe sottostante. Il problema era il fatto che fosse un marcantonio di oltre 100 kg e non fu facile tenerlo al di qua della balaustra. Erano oltre le sei del mattino quando decidemmo di ridurci a casa, senza sapere minimamente dove fosse Andrea. I francesi volevano chiamarci un taxi – “è una zona pericolosa” - ma ci vergognavamo nel dire che avevamo speso tutti i soldi in alcool, cosicché declinammo l’invito e ci incamminammo a piedi verso l’ostello, dopo quella incredibile, distruttiva e fantastica serata dublinese.
Andrea già, che fine aveva fatto? Non lo sapevamo, all’Ostello, alle 7 del mattino, non c’era. Ci coricammo, l’indomani se non si fosse fatto vivo, avremmo chiamato la polizia. Quando ci svegliammo, ci accorgemmo di un bacarozzo riverso nel suo vomito, disteso nel letto sotto al mio. Era Andrea, era ancora vivo, respirava.
Qui comincia l’ultima parte di questo racconto. Se non avete stomaci forti vi invito a fermarvi qui. Agli altri racconterò il finale della storia così come andò, nuda e cruda.
Andrea si riprese solo nel tardo pomeriggio, calcolammo che in tutta la giornata precedente riuscì ad ingurgitare quasi dodici litri di birra, rigorosamente Guinness. Dopo un’iniziale riluttanza, fece le prime ammissioni su cosa successe la sera precedente. Ci lasciammo, come detto, al Verdone. Andrea seguì le americane in un Night Club, si ricordava ben poco di quei momenti. Poi ci disse di essersi recato con loro in un appartamento dove ben presto si ritrovò completamente nudo in un letto assieme a una delle americane. L’alcool ingurgitato però, lo faceva soffrire di quello che lui stesso definì “ipopenia”. Le provò di tutte, ma non c’era modo di farlo resuscitare. Andrea stava demolendo il mito del maschio italico, la ragazza americana non demordeva, aveva deciso di farsi scopare da un italiano e provò ad andare fino in fondo. Le provò di tutte ma niente, oramai Andrea era prossimo al coma etilico. Ci disse che una fitta di mal di pancia lo colse mentre stava miseramente strofinando il suo coso flaccido nella cosa dell’americana. Si recò in bagno e si liberò con una scarica di diarrea. Purtroppo non si era seduto nel water, ma in una specie di bidet e lì dentro lasciò i suoi escrementi. L’americana lo andò a recuperare dal cesso e in un ultimo incredibile tentativo lo scaraventò nel letto per un’ultima prova sessuale. Andrea, in un breve momento di lucidità, ci disse: “mi sono impanato nel lenzuolo con la mia merda”. Poco dopo entrarono le altre ragazze americane, lo trovarono completamente nudo nel lenzuolo, riverso nel suo vomito e non solo. Scoprirono anche il suo lascito nel bagno. Andrea si ricordava solo delle urla, qualcosa come “shit, shit, fuck you”, poi disse di essersi ritrovato fuori dalla porta con a terra i suoi vestiti. Da lì in poi il buio, fino al risveglio, l’indomani.
In quel’incredibile Dublin Tour, Where the street have no name.
(fatti nomi cose e persone sono di pura fantasia dell'autore)