giovedì 3 novembre 2016

Una riflessione, sulla ricostruzione post terremoto

La grande frana di Corniolo, avvenuta nel 2010

Abbiamo sentito, in questi giorni, le parole "ricostruiremo tutto". Aldilà delle parole, credo si debba tenere conto della realtà dei fatti: sarà molto difficile riuscire a ricostruire "tutto" com'era - dov'era, andranno fatte delle scelte, principalmente per tre motivi:
1) TECNICO: sarà difficile, dal punto di vista tecnico, ricostruire tali e quali tutti quei paesi ed edifici, nel posto esatto in cui si trovavano, esattamente come erano, dove erano. Pensiamo ai paesi completamente rasi al suolo, solo il togliere completamente le macerie e trovare una "discarica" dove riporre quelle non riutilizzabili in loco richiede uno sforzo notevole. Inoltre si dovrà ricostruire con criteri antisismici, con costi sensibilmente più alti, magari possibilmente non su faglie critiche per non ritrovarsi col medesimo problema in futuro. Alcuni di questi paesi poi, erano in parte non abitati (o seconde case), segno che le popolazioni avevano già cominciato a non considerarli più come luogo di residenza, per vari motivi (produttivi, qualità della vita, ecc.). Il ricostruire tutto significherebbe che si ricostruirebbero anche quegli edifici che non erano più abitati e che, probabilmente, non lo sarebbero comunque più stati?
2) FINANZIARIO: hanno detto che ci sono i fondi ma la spesa per ricostruire tutto "com'era - dov'era" è enorme, più probabile che lo si riesca a fare solo in alcune situazioni, privilegiando il recupero di certi aspetti architettonici. Inoltre la spesa della ricostruzione sarebbe completamente a carico dello Stato o suddivisa tra pubblico e privato? Poiché un intervento solamente pubblico sembrerebbe finanziariamente poco probabile, a meno che l'Italia non abbia economie che non conosciamo. Quindi ci sarebbe da chiedersi perché la tassazione sia così alta, se lo Stato dovesse avere a disposizione questi "fondi extra"?
3) POLITICO: ho letto un giornalista che sul suo profilo Facebook sottolineava l'aspetto "negativo" della visione paternalista di uno Stato che garantisce sempre e comunque, limitando così l'azione del privato che si sente in qualche modo "garantito" in caso di eventi calamitosi. Quello che diceva questo giornalista era sostanzialmente che il privato sarebbe disincentivato a costruire con criteri antisismici (più onerosi) o stipulare delle assicurazioni, poiché lo Stato avrebbe poi garantito comunque (quello che gli economisti chiamano "azzardo morale").
Forse sarebbe il caso, in un paese con forti criticità geologiche come il nostro, cominciare a pensare di chiedere un'assicurazione obbligatoria su fabbricati ed edifici. So che questo può far storcere il naso a qualcuno, in un paese con una elevata tassazione, ma pensiamo anche ai costi che tutta la collettività deve garantire nel caso di questi eventi, a partire da quello gravissimo della perdita di vite umane.

Per questo è il momento di cominciare a fare scelte importanti fin da subito, a partire da un piano di messa in sicurezza degli edifici, tenuto conto che per quelli privati i costi li dovranno sostenere i privati, con il "vantaggio" degli incentivi certo, ma non è pensabile che lo Stato, che poi siamo noi, intervenga su tutti gli edifici presenti in Italia, per metterli "lui" (ergo, noi) in sicurezza. Capite che col populismo e la demagogia si fanno tante cose, ma è come dire che lo Stato debba garantire l'acquisto di una casa a tutti i cittadini, ma per farlo tutti i cittadini dovrebbero versare tasse pari ad almeno il costo di acquisto di quelle case (a meno che qualcuno non pensi che basti stampare i soldi).

So che può sembrare poco sensibile fare certi discorsi in questi momenti, ma la politica deve affrontare i problemi con realismo.