mercoledì 14 dicembre 2016

Governabilità e rappresentatività


Ho ritrovato questo post scritto nel 2012 su "governabilità e rappresentatività". Lo ripropongo con una nota integrativa finale.

Il post si preannunciava impegnativo, ho quindi scelto di semplificarlo, utilizzando un paragone.
Governabilità e rappresentatività sono, generalmente (ma non è scontato), inversamente proporzionali (quantomeno fino e da un certo punto in poi): l'aumento dell'uno comporta una contrazione dell'altra e viceversa. Per comprendere meglio il tutto, rimando a una lettura di Lijpart.
Ovviamente ogni paese è un caso a sé e l'Italia, come spesso accade, è un caso molto particolare.
Dal dopoguerra in poi, nel nostro paese, si è investito molto nella rappresentatività e molto meno sulla governabilità, con i risultati che conosciamo. 
Il problema più grosso della rappresentatività nel sistema italiano, a mio avviso, (rappresentatività che ovviamente, nel complesso, è un bene), è quel legame clientelare che talvolta si crea tra elettore ed eletto, che ha permesso l'ingresso in politica di numerosissimi partiti e movimenti e, di conseguenza, di politici, a scapito della stabilità e della governabilità.
La domanda (che non ha valore assoluto e non ha medesima risposta per tutti i contesti) è: di cosa ha bisogno oggi l'Italia, di essere governata o rappresentata?
Credo che il prossimo step della rappresentatività in Italia, sia un Parlamento con 60milioni di posti, cosicché ognuno possa votarsi ed essere eletto. Per quanto riguarda la governabilità, le lacune sono enormi e tutte le abbiamo sott'occhio. Va altresì detto che governare è più difficile che rappresentare.
Ecco ora l'esempio della pizza:
- (mettiamo che) ci sia una volontà (e una necessità) generale degli italiani nel voler mangiare la pizza; questa diventa quindi una priorità di governo.
Quale soluzione politica ci si può prospettare? I gusti ovviamente saranno molto diversi. Cosa succederà:
1) tutti vogliono la propria pizza: salamino, peperoni, pomodoro e rucola, 4 stagioni, margherita, acciughe, bufala, ortolana, salsiccia, tonno, wusterl, bianca, rossa, fornarina, cipolla, funghi, mari e monti, origano, eccetera.
2) tutte margherite.
La soluzione 2) potrebbe sembrare la peggiore, se non fosse che per la 1), atteso che la pizza da scegliere può essere una sola (o, comunque, poche varietà), non c'è la possibilità di mettere d'accordo tutti.
Come finisce con la soluzione 1? che la pizza non la mangia nessuno.
Meglio la margherita o niente?

Continuiamo a ragionare molto sulla rappresentatività e troppo poco sulla governabilità (intesa anche come azione di governo e non solo stabilità). 
Se ci sono pochi partiti NON significa che ci sia meno democrazia, poiché quei pochi partiti aggregheranno, nel complesso, la domanda politica di tutti. Ci sarà, semmai, meno personalismo (nel senso di interesse personale), meno conflittualità e, probabilmente, pure meno clientele.
In Italia siamo abituati a votare turandoci il naso, sebbene ci siano centinai di partiti. Se proprio dovessimo continuare a votare turandoci il naso, facciamo allora che il sistema si semplifichi con pochi partiti, in un sistema bipolare (o tripolare) dell'alternanza. Sarà certamente meno rappresentativo, ma più efficace ed efficiente dal punto di vista dell'azione di governo e, visto che della rappresentatività negli ultimi 60 anni ne abbiamo avuta tanta, sarebbe ora di avere un po' di governo. Serio.

Questo scrivevo nel 2012 prima delle elezioni 2013. Una cosa però la devo aggiungere: quella frammentazione tipica del nostro sistema politico che Lijphart definirebbe modello consociativo, si è riproposta all'interno dei partiti con il "correntismo". E questo fa pensare che l'Italia difficilmente potrà, nel breve periodo, diventare un modello "maggioritario" così come da definizione del politologo olandese, proprio per il suo modello di società.