sabato 17 dicembre 2016

Intransigenza e "transigenza" nell'elettorato del Movimento 5 Stelle


Ripropongo un post scritto alcuni mesi fa, alla luce dei recenti avvenimenti politici che hanno riguardato il M5S.

Ora che i grillini governano alcune importanti città, sarà interessante vedere quale sarà l'atteggiamento dei loro sostenitori, sulle scelte che questi fanno (e faranno). L'impressione iniziale è che possa esserci una sorta di due pesi e due misure, a seconda di quali siano gli attori in campo. I sostenitori grillini appaiono infatti tendenzialmente intransigenti con chiunque non sia M5S, mentre decisamente più transigenti nei confronti dei propri "sostenuti". 
Forse gli italiani vogliono “testare” il M5S alla prova governativa e non meraviglierebbe che ciò possa accadere già alle prossime elezioni. Eppure sul campo, al momento, non hanno dimostrato particolari doti amministrative, se non in alcuni casi (esempio, Pizzarotti a Parma). I Cinque Stelle paiono godere, al momento, di un sostegno incondizionato pari all'intransigenza che i loro sostenitori hanno per tutto ciò che non sia Movimento 5 Stelle.
Personalmente non mi sembra ci siano delle grandi premesse, il fatto che i predecessori, a destra e a manca, non abbiano particolarmente brillato, non giustifica il dover dare “carta bianca” a persone che, per quanto riguarda le capacità politiche, hanno ancora tutto da dimostrare.
La strada però sembra segnata e le possibilità che i grillini nel giro di un paio di anni ottengano il governo del paese, appare alta. Chissà allora per quanto tempo potranno godere di quell'atteggiamento transigente che oggi hanno da parte di un'ampia fetta di loro sostenitori.

venerdì 16 dicembre 2016

La questione del valore legale del titolo di studio

(immagine Pixabay)

Correva l'anno 2012 (post del 30 gennaio 2012)

Innanzitutto è necessario fare chiarezza su cosa si intenda per valore legale del titolo di studio, in quanto ho letto in giro su internet alcune ipotesi fantasmagoriche, scritte persino da alcuni giornalisti. Diciamo subito quindi che un'eventuale abolizione del valore legale del titolo di studio non significherà che il titolo di studio non servirà più a niente. Chi pensa che una quinta elementare basterà per fare il cardiologo, si sbaglia di grosso. Lo dico perché pare che qualcuno abbia realmente confuso le cose, non a questi livelli, ma quasi.
Il valore legale del titolo di studio significa sostanzialmente che esso produce degli effetti giuridici. In pratica significa che un determinato titolo di studio consente di:
a) proseguire gli studi secondo un determinato percorso;
b) potere sostenere un esame di stato per l'esercizio della professione;
c) accedere al lavoro pubblico mediante procedura concorsuale.
Parliamo del terzo punto cercando di fare chiarezza, poiché questo è quello che più interessa (interessa anche il secondo punto, soprattutto qualora si deciderà di abolire gli ordini professionali, ma qui svilupperò il punto "c").
Cosa significherebbe abolire il valore legale della laurea, nell'accesso ai concorsi pubblici? Bisogna prima fare un cenno su come vengono preparati i Bandi di concorso (cercherò di essere breve dando per acquisite alcune conoscenze di base, qualora non fosse così rimando a letture relative alla normativa sui concorsi pubblici). Quando una P.A. decide di integrare o aumentare una pianta organica, mette a concorso uno o più posti, indicando quale figura professionale si vorrà assumere e indicando nel Bando, quali titoli di studio siano necessari per partecipare al concorso. Così succederà di leggere nel bando (faccio un esempio pratico): "profilo professionale istruttore direttivo [settore di lavoro] Area C [ex VII livello] posizione economica C1". In seguito si chiederà il possesso di determinati requisiti, tra cui una laurea (per l'accesso all'ex VII livello è necessario possedere una laurea), solitamente specifica, per cui (ad esempio) se il posto è per un ricercatore naturalista, la laurea richiesta sarà in Scienze Naturali. Ciò significa che tutti coloro che hanno sì una laurea, ma non quella specifica laurea, non potranno partecipare al concorso. Un agronomo ad esempio, non potrebbe partecipare a un posto pubblico per ricercatore naturalista, per cui si richiede il possesso di una laurea in Scienze Naturali.
Togliendo il valore legale al titolo di studio, le Amministrazioni Pubbliche che bandiranno concorsi, non potranno più indicare lauree specifiche per partecipare alla selezione a determinati posti di lavoro. Per cui nel posto che ho citato sopra, potrebbe partecipare pure un agronomo, un dottore forestale, un laureato in scienze ambientali, eccetera.
Siamo nel campo delle liberalizzazioni, di cui ho già parlato. Dove sarebbe il problema in tutto ciò? Beh, è evidente che se per il posto messo a concorso serve una persona che progetti dighe, non sarà possibile mettere un laureato in lettere... Ovviamente delle "specifiche" andranno fatte. Ma si liberalizzeranno invece quei settori dove la richiesta di una laurea specifica è stata vista in passato come un "favore" a determinati ordini professionali. O, ancora peggio, un modo per consentire la partecipazione al concorso solo a determinate persone. Abolendo il valore legale del titolo di studio, tutti (con le limitazioni che ho accennato sopra: un laureato in economia non potrebbe comunque fare il neurochirirgo) potranno accedere a posti di lavoro pubblici, che non presentino certe specificità. Cosicché per il posto in un ufficio comunicazione potranno partecipare laureati in Scienze delle comunicazione, ma anche in lettere, scienze politiche, eccetera (mentre prima spesso si mettevano limitazioni che tagliavano fuori certe categorie).
Era una procedura "esclusiva" invece che "inclusiva".
Non corrisponde quindi al vero che la laurea non servirà più a niente (tra l'altro nei paesi anglosassoni il valore legale del titolo di studio generalmente non è presente).
Dove sta il vantaggio? uno l'ho già segnalato: liberalizzazione dell'accesso ai posti pubblici.
E lo svantaggio? tra le righe ho segnalato anche quello. Se è vero che alcuni settori non sono specialistici come la medicina o l'ingegneria, è pur vero che esistono delle peculiarità. Se un Ente ha bisogno di un ricercatore naturalista che conosce bene le specie floristiche, oggi mette a concorso il posto richiedendo una laurea in Scienze Naturali. Senza il valore legale, potrà succedere che il concorso lo vinca un agronomo, che magari non è esperto di studi sui fiori. Potete fare da voi tantissimi altri esempi in merito.

Altro punto che è emerso in questi giorni è l'abolizione del voto di laurea come criterio di valutazione nella selezione pubblica. Oggi al voto di laurea è attribuito un punteggio che si va a sommare a quello conseguito nella prova di concorso (valutazione per titoli ed esami).
La proposta è quella di togliere questo tipo di valutazione, sostituendola con un punteggio che scaturisce dal "valore" della Facoltà in cui si è conseguito il titolo di studio. Cosicché una laurea al politecnico di Torino sarà presumibilmente considerata di maggiore valore rispetto ad esempio a una laurea online.
Oggi tutte le lauree, conseguite in qualsiasi ateneo, hanno pari valore legale. Che la laurea sia conseguita in un Istituto serissimo e preparatissimo o in uno scadente, non fa alcuna differenza. Con quale risultato? Che chi si laurea in un ateneo difficile può essere penalizzato rispetto a uno che lo fa in un istituto scadente, poiché è possibile che un laureato con 100 in un Istituto prestigioso, sia molto più preparato di un 110 in un Istituto scadente. Però, in caso di concorso pubblico, chi ha preso 100 in un Istituto prestigioso, sarà penalizzato nel punteggio rispetto ad un 110 di un ateneo scadente.
Vantaggi? Alcuni vantaggi sono più che evidenti: chi studierà in atenei qualificati, avrà più possibilità di accesso al lavoro pubblico (qualora il punteggio "titoli" fosse dato sulla base dell'ateneo di provenienza).
Maggiore concorrenza tra gli atenei con presumibile miglioramento della qualità didattica. Sparirebbero (eliminate dal mercato) quelle università dove la qualità della didattica è scadente e/o è più facile conseguire la laurea. L'obiettivo in generale, dovrebbe essere quello di premiare il merito, facendo la considerazione che i più bravi frequentano le facoltà più qualificate (come si stabilisce quali siano le Facoltà più qualificate? Annualmente apposite società stilano la classifica della qualità degli atenei e delle singole Facoltà).
Svantaggi? ci sono anche quelli: è possibile che le università più qualificate, saranno anche quelle che avranno maggiori costi per accedervi, limitando così l'accesso a chi se lo potrà permettere. Il problema è parzialmente risolvibile con le borse di studio.

Vantaggi e svantaggi sono presenti sia da una parte che dall'altra, ma credo sia giusto discutere di ciò.
Personalmente credo che l'università sia un luogo dove si dovrebbe andare ad apprendere e non con il solo scopo di conseguire un documento.

giovedì 15 dicembre 2016

ANAC e aggiornamento sito smart CIG


Il CIG (Codice identificativo di gara) è un codice alfanumerico che le Stazioni Appaltanti devono acquisire, tramite un sito internet, per qualsiasi tipo di affidamento lavori servizi e forniture, di qualsiasi importo. Il sito è gestito dall'Autorità Nazionale Anti Corruzione. 
Ad aprile, in un giorno, è entrato in vigore il nuovo codice degli appalti ma il sito smart CIG non è stato aggiornato ai sensi del nuovo codice, cosicché si continuano a richiedere questi codici, facendo riferimento a una legge che non esiste più. Tenuto conto che il nuovo codice presenta significative differenze rispetto al precedente, mi chiedo quali "validità legali" possano avere questi codici presi con riferimenti normativi che non esistono più. L'art.125 del D.Lgs 163/2016 non trova riscontro nel nuovo codice, mi chiedo quindi (e credo di non essere il solo), quale tipo di riferimento si debba mettere per un appalto di gara affidato ad esempio ai sensi dell'art. 36 del nuovo codice?
Non vorrei tediarvi con articoli di legge di cui ai più interessa ben poco, però l'ANAC prevede delle sanzioni per la mancata comunicazione dei CIG. Come si devono comportare le Stazioni Appaltanti fino all'aggiornamento del sito internet con le norme del nuovo codice appalti?

mercoledì 14 dicembre 2016

Governabilità e rappresentatività


Ho ritrovato questo post scritto nel 2012 su "governabilità e rappresentatività". Lo ripropongo con una nota integrativa finale.

Il post si preannunciava impegnativo, ho quindi scelto di semplificarlo, utilizzando un paragone.
Governabilità e rappresentatività sono, generalmente (ma non è scontato), inversamente proporzionali (quantomeno fino e da un certo punto in poi): l'aumento dell'uno comporta una contrazione dell'altra e viceversa. Per comprendere meglio il tutto, rimando a una lettura di Lijpart.
Ovviamente ogni paese è un caso a sé e l'Italia, come spesso accade, è un caso molto particolare.
Dal dopoguerra in poi, nel nostro paese, si è investito molto nella rappresentatività e molto meno sulla governabilità, con i risultati che conosciamo. 
Il problema più grosso della rappresentatività nel sistema italiano, a mio avviso, (rappresentatività che ovviamente, nel complesso, è un bene), è quel legame clientelare che talvolta si crea tra elettore ed eletto, che ha permesso l'ingresso in politica di numerosissimi partiti e movimenti e, di conseguenza, di politici, a scapito della stabilità e della governabilità.
La domanda (che non ha valore assoluto e non ha medesima risposta per tutti i contesti) è: di cosa ha bisogno oggi l'Italia, di essere governata o rappresentata?
Credo che il prossimo step della rappresentatività in Italia, sia un Parlamento con 60milioni di posti, cosicché ognuno possa votarsi ed essere eletto. Per quanto riguarda la governabilità, le lacune sono enormi e tutte le abbiamo sott'occhio. Va altresì detto che governare è più difficile che rappresentare.
Ecco ora l'esempio della pizza:
- (mettiamo che) ci sia una volontà (e una necessità) generale degli italiani nel voler mangiare la pizza; questa diventa quindi una priorità di governo.
Quale soluzione politica ci si può prospettare? I gusti ovviamente saranno molto diversi. Cosa succederà:
1) tutti vogliono la propria pizza: salamino, peperoni, pomodoro e rucola, 4 stagioni, margherita, acciughe, bufala, ortolana, salsiccia, tonno, wusterl, bianca, rossa, fornarina, cipolla, funghi, mari e monti, origano, eccetera.
2) tutte margherite.
La soluzione 2) potrebbe sembrare la peggiore, se non fosse che per la 1), atteso che la pizza da scegliere può essere una sola (o, comunque, poche varietà), non c'è la possibilità di mettere d'accordo tutti.
Come finisce con la soluzione 1? che la pizza non la mangia nessuno.
Meglio la margherita o niente?

Continuiamo a ragionare molto sulla rappresentatività e troppo poco sulla governabilità (intesa anche come azione di governo e non solo stabilità). 
Se ci sono pochi partiti NON significa che ci sia meno democrazia, poiché quei pochi partiti aggregheranno, nel complesso, la domanda politica di tutti. Ci sarà, semmai, meno personalismo (nel senso di interesse personale), meno conflittualità e, probabilmente, pure meno clientele.
In Italia siamo abituati a votare turandoci il naso, sebbene ci siano centinai di partiti. Se proprio dovessimo continuare a votare turandoci il naso, facciamo allora che il sistema si semplifichi con pochi partiti, in un sistema bipolare (o tripolare) dell'alternanza. Sarà certamente meno rappresentativo, ma più efficace ed efficiente dal punto di vista dell'azione di governo e, visto che della rappresentatività negli ultimi 60 anni ne abbiamo avuta tanta, sarebbe ora di avere un po' di governo. Serio.

Questo scrivevo nel 2012 prima delle elezioni 2013. Una cosa però la devo aggiungere: quella frammentazione tipica del nostro sistema politico che Lijphart definirebbe modello consociativo, si è riproposta all'interno dei partiti con il "correntismo". E questo fa pensare che l'Italia difficilmente potrà, nel breve periodo, diventare un modello "maggioritario" così come da definizione del politologo olandese, proprio per il suo modello di società.

martedì 13 dicembre 2016

Il Partito Democratico spiana la strada elettorale al Movimento 5 Stelle


Il governo Gentiloni è entrato in carica riproponendo buona parte dei ministri precedenti. Una scelta di continuità che stride con la politicizzazione che è stata data dal governo Renzi alla consultazione referendaria. La politicizzazione del referendum fu un errore politico di Renzi ma, una volta fatta quella scelta, bisognava prenderne atto e non far finta di niente. Presentando un governo di forte continuità, con quali obiettivi lo capiremo solo vivendo, il Partito Democratico fa probabilmente il miglior assist possibile alle attuali minoranze, in particolare il Movimento 5 Stelle le cui possibilità di guidare il governo dopo le prossime elezioni, salgono vertiginosamente. Molto dipenderà con quale legge elettorale si voterà: è probabile che centrodestra e centrosinistra opteranno per un proporzionale, vista l'indisponibilità dei 5 Stelle a fare alleanze, cercando così di "tagliarli fuori".
Solitamente gli errori politici presentano il conto che, probabilmente, nel caso del PD arriveranno alle prossime elezioni. Credo che dovremo prepararci a un governo 5 Stelle e non nego che la cosa "politicamente" non mi entusiasmi affatto, ma le proposte politiche alternative, non paiono particolarmente appetibili per il corpo elettorale. 

Quale vocazione per il Partito Democratico?

Ripropongo un articolo che pubblicai, su questo blog, a settembre 2013. Sebbene negli ultimi 3 anni ci siano stati alcuni cambiamenti, contiene elementi di "attualità" che riprenderò in un prossimo post.

Abbiamo sentito spesso parlare di "vocazione" del PD, associata a un modello politico. Ad oggi la vocazione più visibile è stata quella sconfitta, anche quando l'avversario era moribondo. Il tutto ha ovviamente un motivo, non è sfortuna, è incapacità politica di aggregare la domanda degli elettori attorno a un progetto serio, concreto, di ampio respiro e che sappia rispondere alle istanze dei cittadini. In questo il PD e il centro sinistra, negli ultimi 20 anni, non è stato assolutamente capace.
La colpa non è solo di una classe dirigente dalle "dubbie" capacità politiche, ma anche da tutti quegli elettori, simpatizzanti (il cosiddetto zoccolo duro), che l'hanno sostenuta. Poiché se tale discorso lo si è fatto per gli elettori del centro destra con Berlusconi, non ci si può nascondere che un ragionamento simile potrebbe essere applicato a un centro sinistra che, nonostante i continui errori, ha continuato a perseverare, potendo contare appunto su uno zoccolo duro che ha rifiutato qualsiasi istanza di cambiamento vero, qualsiasi apertura verso l'esterno.

Veniamo al dunque, all'oggi: è innegabile che Renzi avrebbe potuto vincere le elezioni, portando con sé delle novità (buone o no, non spetta a me dirlo e non è tema di questo post). Ha subito un ostracismo interno al suo partito, a dir poco imbarazzante (dagli articoli sull'Unità ai commenti dei colleghi di partito, dalla Camusso a molti altri dirigenti del PD). Il PD è stato (ad oggi è) un partito Gattopardiano, dove tutto cambia per non cambiare nulla. Nessun dirigente è disponibile a mettersi in gioco, preferendo il proprio status quo, in una sorta di fossilizzazione politica che sta condannando il centro sinistra italiano ad un conservatorismo passatista e autoreferenziale.

La domanda allora è: meglio provare a cambiare per fornire una nuova offerta politica e provare a vincere, oppure mantenere uno status quo, sostenuto da uno zoccolo duro che continua a pensare di essere migliore degli altri, per una sorta di investimento divino?
Il mio è un discorso "machiavellico", né pro né contro Renzi (io non ho votato alle primarie del PD). 
Mi domando solo se nel PD preferiscano il proprio status quo, condito da una certa arroganza di presunta "superiorità" (che, come ho avuto modo di dire, non ha oggi alcuna argomentazione sostenibile), oppure provare a farsi interprete di una politica nuova, che sappia interpretare la volontà dei cittadini italiani, senza considerare coloro che non li votano, gente che non sarebbe in grado di capire. 
Poiché, pare più vero il contrario.

lunedì 12 dicembre 2016

Atene, la via della democrazia


Di ritorno da vacanza ad Atene con amici, vorrei condividere alcune riflessioni: il paese dove nacque la democrazia, non se la passa affatto bene. Visitare l'agorà e poi la città, lascia parecchio interdetti: sembra essere di fronte a un popolo che si sta rassegnando, parecchio disagio, degrado anche nel centro non solo nelle periferie (senza entrare in dettagli che preferisco evitare).
Abbiamo visto varie manifestazioni di protesta, in una di queste abbiamo chiesto informazioni su quale fosse il motivo della medesima e una persona laconicamente ci ha risposto: "non lo so, ne fanno talmente tante".
L'impressione è stata quella di un paese che non sa da quale parte farsi per riprendersi: il solo turismo non potrà fare uscire da una crisi che è strutturale, non congiunturale. Il paese è molto indietro sotto tanti punti di vista. E qui la riflessione è d'obbligo: da decenni sentiamo le varie parti politiche sostenere come "loro" abbiano le soluzioni, per qualsiasi cosa. Soluzioni spesso "ideologiche". Ma, a conti fatti, il '900 dovrebbe aversi insegnato che le ideologie non sono la panacea di tutti i mali anzi tutt'altro. Il mondo ideologizzato ha creato enormi problematiche che non sono né saranno facilmente risolvibili. 
Le soluzioni "di parte" hanno spesso deluso le aspettative e le risposte "ideologiche" sono spesso che "non si è stati abbastanza...ideologici".
La politica da indirizzi, ma se i cittadini non seguono un'unione di intenti, è difficile uscire da situazioni di difficoltà: un paese in crisi necessita di un mix tra coesione sociale e spirito imprenditoriale ma, se mancano l'una o l'altra o se non sono ben proporzionate, lo stallo è inevitabile. 
Alla pars destruens deve sempre seguire la pars contruens: non basta protestare, bisogna anche proporre. Invece troppo spesso ideologicamente si pretende che la soluzione la debbano portare gli altri, poiché i propri atteggiamenti sono politologicamente anti-sistema e, quindi, semplicistiche. Soluzioni semplicistiche a problemi complessi, sono inutili.
Per uscire da situazioni di crisi, i cittadini devono essere investiti da un grande senso di responsabilità: non si può solo "pretendere" senza mettere in conto cosa è necessario dare e fare. Una riscoperta dei doveri di mazziniana memoria, sarebbe un ottimo passo avanti, in un'epoca in cui l'attenzione è spostata quasi esclusivamente sui diritti, che qualcuno fin troppo spesso confonde con "privilegi", dimenticando che ci sono anche doveri, che non si limitano al pagamento delle imposte.
Senza una riscoperta dei doveri di cittadinanza, l'uscita da quest'epoca di crisi rischia di rimanere un'utopia.