venerdì 5 maggio 2017

Ciclismo anni '90 trittico delle Dolomiti: Passo Sella e Giau


Questo secondo video, che segue quello sulle Tre cime di Lavaredo, è del 1995, ultimo anno in cui ho corso in bicicletta da Juniores. Era un ciclismo piuttosto diverso da quello di oggi, nei mezzi e nelle modalità di allenamento. Correre in Federazione Ciclistica Italiana significava affrontare un livello di competitività impressionante: non c'erano "categorie" come nel calcio, cosicché capitava di incontrare nelle gare quelli che sarebbero stati i campioni del futuro, da Ivan Basso a Danilo Di Luca, o come Maurizio Semprini a Juri Alvisi, che si incontravano più sovente sulle strade romagnole ed erano spesso vincitori delle gare in linea nelle categorie allievi e juniores. Per intenderci, è come se la Sampierana si trovasse a fare campionati contro Juve, Milan e Inter. L'unico modo per far fronte a questo elevato livello di competitività, era cercare di partecipare a gare dove il livello dei concorrenti non fosse troppo elevato in termini assoluti (sarebbe stato come giocare contro a Messi o Ronaldo da giovani),  ma confrontarsi in gare con 100 concorrenti non era comunque facile per nessuno: erano infatti solitamente 5/10 i corridori che si giocavano la gara.
Gare che terminavano con medie impressionanti, spesso superiori ai 40Kmh. Ricordo quella che fu la mia gara migliore e allo stesso tempo "drammatica" (e che pose fine, di fatto, alla mia "carriera ciclistica"): partiva da Lugo, si doveva affrontare delle salite finali nei colli faentini; il ritmo nei primi 40 km fu infernale, il mio contachilometri segnava i 45kmh di media, gli scalatori cercavano di tagliare le gambe ai velocisti con i cambi di ritmo, ci si fermava quasi in alcuni tratti, per poi riprendere a velocità anche superiori ai 55kmh. Nei professionisti non si corre in questo modo, ma nelle categorie giovanili è un modo per cercare di mettere in difficoltà chi soffre i cambi di ritmo, chi ha più "fibre bianche" piuttosto che quelle rosse resistenti. Io ero uno di quelli che soffriva molto i cambi di ritmo, essendo stato veloce ma decisamente meno resistente. Quel giorno però mi sentivo bene, avevo digerito bene i cambi di ritmo e qualche km prima di cominciare le salite finali scattai per cercare di rientrare sul gruppetto dei fuggitivi, mi portai dietro un altro corridore, recuperai quasi un minuto sui primi e raggiunti provai a proseguire; li staccai ma dietro di me si mise uno di quelli forti veramente e, a quel punto, dietro cominciarono a fare sul serio. Ricordo che dette tre strappate impressionanti, la sua bici quasi si piegava dalla forza che sprigionava, mi disse "dai dai!!!", gli detti i cambi provando a fare del mio meglio ma quando capì che la nostra fuga era segnata, si rialzò. Io proseguii da solo fino ai piedi della salita dove il gruppetto di scalatori mi passò a doppia velocità, avevo dato veramente tutto e non ne avevo più. Scollinai con un distacco contenuto dai primi e provai a rientrare in discesa, dove ero indubbiamente tra i più veloci, recuperai ma chiesi troppo: un po' di incoscienza giovanile e le capacità di guida che avevo, mi permettevano spesso di recuperare anche minuti in discesa, peccato che ne perdessi di più in salita. Quella volta l'ultima curva fu fatale: per tenere velocità maggiori utilizzavo tutta la strada, ma quella volta andai quei 10cm più largo che mi fecero finire con le ruote fuori dall'asfalto e cadere rovinosamente a terra: frattura del polso e, come detto, "fine carriera". Di altro vi racconterò nel terzo ed ultimo video-post.
Nel video mi si vede con mio babbo Edo con cui ho percorso molti km in bici.