mercoledì 16 maggio 2018

Traumi: convivenza, fisica e psicologica, con il dolore

Partiamo da un assunto: lamentarsi, esplicitandolo, del dolore, non aiuta a far passare il dolore. Talvolta si tende a pensare che chi più si lamenta (in generale, di qualcosa, non solo dolore fisico) più significa che questi stia male. Non è così e credo pure sia una caratteristica psico-sociologica di una certa italianità: in passato (non so se lo si faccia ancora) in alcune parti d'Italia si pagavano le persone per piangere ai funerali; siamo un popolo che spesso ostenta una certa teatralità nella sofferenza. Dal canto opposto si tende a pensare, talvolta, che chi non si lamenta in continuazione o in modo "esagerato", non abbia problemi o, comunque, non stia poi così male. Ovviamente non è così, ognuno vive (e ha il diritto di vivere) qualsiasi problema come crede, senza necessariamente dover nascondere o ostentare. 
Ho avuto vari incidenti nella mia vita, il più grave probabilmente è quello che non mi ha poi lasciato conseguenze visibili: a 4 anni caddi dalla bicicletta nella discesa del Carnaio, mi ruppi la testa (12cm di frattura interna) e passai una settimana al Bellaria di Bologna.
Quello che invece mi ha indubbiamente lasciato i segni maggiori, è stato quello del 2007: frattura pluriframmentaria dell'astragalo più lesioni varie a tendini e legamenti.
Non è stato semplice accettare questa condizione, ricordo bene quando l'ortopedico all'ospedale di Cesena, io ancora sdraiato sul piano della radiografia, mi disse: "ha subito una frattura molto grave, che comporterà una significativa invalidità per il resto della sua vita". E da lì un po' tutto è cambiato: inizialmente feci fatica ad accettarlo, mi illusi che forse qualcosa sarebbe potuto esserci che mi avrebbe potuto far tornare come prima, nel mio caso passò 1 anno e mezzo prima che mi rassegnai definitivamente all'invalidità (che poi mi è stata certificata da una commissione medica).
I primi mesi dopo l'incidente furono i più devastanti nel vero senso della parola, non nego che a volte pensai che forse l'amputazione dell'arto sarebbe stata la soluzione migliore, il dolore era insopportabile, 24 ore su 24, per mesi, senza che si riuscisse a vedere la luce. Fortunatamente il nostro cervello (perlomeno il mio reagì così) tende, se non a "tagliare" questi ricordi, a renderli più lontani, meno chiari.
Questo terzo intervento, eseguito a febbraio 2018, me li ha riportati tutti ben in mente: i primi 2 mesi sono stati veramente duri, molto duri. Mi preparavo da 10 anni a questo intervento, ma non mi aspettavo qualcosa di così tosto. Nella prima foto si vede ancora un filo di Kirschner che è stato successivamente rimosso in ambulatorio; ce n'erano altri 4 che nella foto non si vedono (si intravede qualcosa sulla sinistra). Nella seconda foto si vede la situazione definitiva, l'artrodesi: la mia caviglia è fusa e definitivamente bloccata. Per sempre. E' la "soluzione finale", quella che sapevo prima o poi avrei dovuto affrontare, per limitare un dolore che era diventato insopportabile. E qui torno all'inciso: non tutti tendono a esplicitare il dolore fisico, c'è chi lo sopporta e se lo tiene, non per questo ha meno male. Sia gli ortopedici che i fisiatri che mi hanno visto in questi mesi, mi hanno fatto una domanda: "coma ha fatto a convivere con il dolore dato da questa situazione fisica, per tutti questi anni?". 
Ho cercato di sopportare, mi sembrava il modo migliore per convivere con una situazione difficile che spesso portava scoramento poiché ho dovuto abbandonare tantissime cose che facevo: le escursioni, la corsa, le passeggiate, giocare a calcetto, semplicemente muovermi. La mia autonomia di cammino si è sempre più ridotta fino a diventare molto limitata: negli ultimi anni siamo andati in ferie con le biciclette poiché io non riuscivo a camminare, nel weekend a volte andavamo al mare in Romagna portando le bici, poiché io non avevo autonomia di cammino. Fino smettere di andare a passeggio, poiché camminare diventava incredibilmente doloroso. Fino a dover smettere con la bici da corsa e la MTB muscolare (spero di poterle riprendere), e comprarmi una MTB elettrica, poiché pedalare mi risultava oltremodo doloroso. Cosicché ho fatto questo intervento il cui scopo è quello di togliere il dolore. Ancora siamo piuttosto lontani dal risultato finale, è anche emersa una patologia che è l'algodistrofia e che, oltre ad essere dolorosa, rallenta sensibilmente i tempi di recupero. Ma, essendo abituato da 11 anni a convivere con un dolore, anche molto intenso, che è presente sempre, ad ogni ora del giorno e della notte, credo che qualche mese in più di dolore possa essere "accettabile" (e comunque non ho alternative che sopportarlo e conviverci). Fa male certo, dormo male certo, ma sopporto poiché, anche dire o esternare di star male, non ti fa stare meno male.

Chiusura
Ricordo tutto degli incidenti più gravi che ho avuto, credo che faccia parte proprio del mio modo di essere: sono una persona che vuole "sapere", che ha bisogno di sapere. Mi è capitato di parlare con altri "traumatizzati" che non ricordavano nulla dei propri incidenti, avevano dei vuoti di molte ore, qualcuno anche giorni. Io invece ricordo tutto, ho tutto impresso in modo molto definito, a partire da quell'incidente in bici occorsomi nel giugno del 1982. Ma, in tutti questi incidenti, ho un "vuoto" di circa 3 secondi. Ricordo tutto il prima e tutto il dopo, ma non ricordo il momento dell'impatto. E' così per l'incidente del 1982, ancora chiarissimo nella mia mente, per l'incidente occorsomi durante una gara di bicicletta nel 1994 in cui mi fratturai il polso, l'incidente in moto del 2005 e poi quello del 2007: di tutti ricordo tutto, tranne quei 3 secondi. Evidentemente il mio cervello, che vuole sapere e che quindi fissa tutti i ricordi, ha deciso di cancellare quei 3 secondi. Tutto il resto, mi è molto chiaro ed esplicito.