sabato 3 novembre 2018

100 anni dalla fine della Grande Guerra

(a sinistra Oreste Andrucci, a destra sua moglie Ida Forti, scomparsa durante la II Guerra Mondiale)

Il 4 novembre 1918 terminava la Prima Guerra Mondiale. Molti di noi hanno avuto un nonno o un bisnonno che vi ha preso parte. Nel caso della mia famiglia fu Oreste Andrucci ad essere chiamato alle armi. Non l'ho conosciuto, i racconti di quella esperienza me li ha tramandati mio nonno Armando, di cui conservo anche vari video. Oreste Andrucci, ricordava Mando, fece 88 mesi di "soldato", di cui buona parte di guerra: prima in Libia poi la Grande Guerra. Non era un volontario ma un cittadino chiamato in giovane età a prestare servizio militare. Raccontava delle mattanze viste in Libia ("sotterravano i prigionieri nella sabbia fino al collo e poi vi passavano sopra con i cavalli al galoppo") e della vita di trincea sul Carso: era un artigliere da campagna, in prima linea durante le operazioni belliche. Era a Caporetto e durante la ritirata si ruppe una gamba, riuscì a sopravvivere nascondendosi nei cimiteri sotto i corpi dei morti buttati là nel caos della ritirata. Rientrò tra le linee sopra un cavallo e, ripresosi, continuò a prestare servizio. Gli fu consegnata una medaglia che fece diventare un attrezzo per tagliare i tortelli (credo sia andata persa per sempre). 
Le settimane scorse al Festival Fuori Contesto a San Piero in Bagno, lo storico Mario Isnenghi ha ricevuto il Premio Valgimigli e, parlando dei suo libri, ha ovviamente trattato il tema della Grande Guerra, sottolineando come nella successiva storia d'Italia (in particolare quella più recente) si abbia avuto quasi timore nell'usare la parola Vittoria
Io credo che, per rispetto di tutti coloro che vi hanno combattuto, a quelli che sono tornati e ai tanti che purtroppo non ce l'hanno fatta, sia necessario ricordare il loro sacrificio: seguirono anni difficili successivi alla Grande Guerra, ci fu il fascismo e poi un'altra Guerra Mondiale, ma senza coloro che hanno combattuto per difendere le nostre libertà allora, oggi probabilmente non le avremo o, comunque, vivremo in una società profondamente diversa. 
Abbiamo un debito morale nei confronti di queste persone che si sono battute e sacrificate per noi. Ed è giusto ricordarli, sempre.